Pubblico il testo completo in Pdf dello studio “La Presa di Pisa” da Archivum Heraldicum I-2013
Pubblico il testo completo in Pdf dello studio “La Presa di Pisa” da Archivum Heraldicum I-2013
Capitolo tratto dal mio libro “Caravaggio 1448” Acies Edizioni
http://www.aciesedizioni.it/Libri/caravaggio1448-ita.htm
Le cernite o cernide erano contadini e cittadini reclutati nei luoghi soggetti al dominio di Venezia. Ogni comune era infatti obbligato a fornire un certo numero di uomini abili alle armi, sulla base delle condizioni economiche e del numero di abitanti1. Di età compresa tra i 18 e i 34 anni, secondo alcune fonti, mentre per altre tra i 18 e i 60, questi non dovevano essere né servi né poveri, uno per famiglia che non fosse capofamiglia. Erano esenti da alcune tasse, ma dovevano procurarsi da sé le armi2. Le cernite, chiamate in seguito anche ordinanze, normalmente erano scarsamente addestrate, ma quando dovevano andare “al campo”, cioè in guerra, l’addestramento si intensificava e la ferma diventava un servizio militare per un tempo determinato; in questo caso gli uomini venivano pagati in parte dai comuni in parte dalla Serenissima3. Continua »
Capitolo tratto dal mio libro “Caravaggio 1448” Acies Edizioni
http://www.aciesedizioni.it/Libri/caravaggio1448-ita.htm
E’ stato sicuramente uno dei più famosi condottieri italiano del ‘400. Viene sempre citato dagli storici moderni con il cognome Colleoni, ma nei documenti del XV secolo che si riferiscono a lui o alla sua famiglia appare come Coglioni. Il letterato Antonio Cornazzano, che dimorò presso la corte di Bartolomeo a Malpaga e ne scrisse la biografia in latino, lo chiama Bartholomeus Coleus cioè testicolo. La stessa forma venne usata da Guglielmo Pagello nell’orazione funebre alla morte del condottiero. Un documento del 1423 cita il padre Paolo detto Poy come de Colionibus e lo stesso Bartolomeo si firmava De Colionibus. Ancora, in un documento dell’Archivio Storico di Brescia, delle Provvisioni in data 30 agosto 1438, appare come Coijoni e anche nel quattrocentesco Stemmario Trivulziano, lo stemma gentilizio della famiglia, raffigurante i tre testicoli, porte la didascalia De Collionibus. Continua »
di Vincenzo Alberici
Le opere di Vittore Carpaccio (1465 – 1525) possono essere annoverate fra le migliori e più esaustive fonti iconografiche per la ricostruzione dei costumi veneti del tardo ‘400 – inizio ‘500.
In essi infatti sono rappresentati con dovizia di dettagli una grande varietà di abiti, dai religiosi ai militari. Continua »
Articolo e figurino di Francesco Sbarile
Bartolomeo D’Alviano fu un condottiero vissuto a cavallo fra il XV ed il XVI secolo e partecipò, al servizio di Venezia, a tutte le maggiori battaglie nel nord Italia fra il 1503 ed il 1515, anno della sua morte durante l’assedio di Brescia. Emblema personale del D’Alviano (o Liviano) secondo alcune fonti) era l’unicorno, figura mitologica assai presente nell’iconografia medievale e rinascimentale, con il motto “VENENA PELLO”. Continua »
Luca Barducci
Il cimiero dell’origliere
Senza dubbio il cimiero al quale facciamo riferimento è quello che una certa bibliografia un po’ datata ha chiamato dell’origliere o guancialetto. Esistono, allo stato attuale delle nostre conoscenze, tre esemplari di stemmi malatestiani in cui compare questa tipologia di cimiero, costituito da un piccolo cuscino dotato di quattro nappe agli angoli: quello presente a Montefiore Conca (fig. 1), e riferibile a Malatesta Ungaro (1327-1372); quello di Rimini (fig. 2), piuttosto danneggiato, all’interno di Palazzo Baldini, sul Corso d’Augusto, databile alla metà del XIV secolo, e quello presente a Pesaro (fig. 3), più tardo rispetto ai precedenti, realizzato tra i decori dei pinnacoli del portale della chiesa di Sant’Agostino, fatto realizzare tra il 1398 ed il 1413 da Malatesta dei Sonetti. Continua »
Nella metà del XV° secolo la famiglia Sforza succedette ai Visconti come duchi di Milano. Francesco Sforza era un condottiero che, dopo un lungo servizio proprio sotto i Visconti, sposò l’unica figlia dell’ultimo duca Filippo Maria. Divenuti signori di Milano, gli Sforza assimilarono l’araldica dei Visconti – la vipera che magia il saraceno – così come alcune imprese. Solo due parole sul significato di impresa. A partire dal XIII secolo i nobili, soprattutto i cavalieri, sentirono il bisogno di avere anche un’insegna personale da affiancare all’araldica di famiglia, qualcosa che potesse esprimere le idee o le volontà del proprietario a prescindere dall’insegna della casata. Così le imprese personali progressivamente integrarono le insegne di famiglia fino a diventare, talvolta, parte delle insegne stesse. Continua »
Tratto dal libro Anghiari 29 giugno 1440
Organizzazione militare di Luigi Battarra
L’Italia del 400’ è un paese fortemente diviso, e come dice Piero Pieri nel suo volume Governo et Exercitio de la Milita di Orso degli Orsini” e i “Memoriali di Diomede Carafa”, manca il sentimento di Patria, di religione, una causa grande e giusta da difendere , il proprio re da sostenere…1
La conseguenza è che la molla che spinge molto spesso i compagni di ventura, fanteria compresa, a combattere è la possibilità di riscattare la propria umile condizioni attraverso lauti guadagni derivanti dai rischi del mestiere. Continua »
Nell’ambito degli eserciti di ventura che fra il XV ed il XVI secolo hanno scorrazzato per lo stivale, le truppe composte da mercenari di provenienza nostrana si discostavano per struttura ed armamento dal resto degli eserciti coevi.
Le figure principali presenti fra le fila di condottieri quali Pandolfo Malatesta o il Colleoni (o più correttamente Coglioni), per citarne solo due fra i molti, si differenziavano per funzione e quindi per armamento. Fra i combattenti “diretti” troviamo i rotellieri, armati di spada e scudo tondo, di dimensioni ridotte, che ingaggiavano nel corpo a corpo le truppe nemiche. Altri con la stessa funzione utilizzavano uno scudo ovale di dimensioni maggiori, ma sempre utile nello scontro non in linea. Continua »
Da Soldatini num. 105, marzo-aprile 2014
Nell’Archivio di Stato di Fano sono conservati i registri delle spese sostenute da Pandolfo III Malatesta durante la sua signoria a Brescia e Bergamo all’inizio del 1400.
In questi documenti si trova uno spaccato della vita di corte dell’epoca, e la descrizione precisa dell’araldica militare adottata in quel periodo dal Malatesta e dalla sua “casa”, quest’ultima composta da paggi, famigli, trombetti e altri stipendiati non militari.
Pandolfo, padre del più famoso Sigismondo Malatesta, divenne signore di Brescia nel 1404 durante il vuoto di potere e caos politico conseguito alla morte di Gian Galeazzo Visconti, che aveva riunito il più vasto dominio territoriale di Milano. Continua »
Commenti recenti