POLVERE E ARCHIBUGI di Luigi SORRENTINO

Come tutti sappiamo, la polvere da sparo è una calibrata miscela di tre elementi: carbone, salnitro e zolfo. È attestato che i primi a utilizzarla furono i cinesi che la usarono per confezionare razzi da sparare sulle truppe nemiche. Essi non la impiegarono mai per delle armi da fuoco che invece, furono inventate e utilizzate in Europa nel tardo Medioevo. Il motivo per cui i cinesi riuscivano a costruire razzi ma non cannoni ed altre armi da fuoco è molto semplice. La polvere pirica, di loro invenzione, è una miscela instabile, in quanto avendo carbone, salnitro e zolfo, pesi specifici differenti, tende, col tempo a separarsi raggruppandosi nei tre elementi originari a diverse altezze perdendo la sua coesione. È quindi molto difficile utilizzarla e dosarla per delle bocche fuoco.

Altra cosa è invece la polvere nera. Risultato di un lungo processo di stabilizzazione, questa non è altro che la polvere pirica bagnata e mescolata con dell’acqua. Il fango di risulta è un amalgama che viene inserito in sacchi di iuta i quali, chiusi e strizzati eliminano l’acqua in eccesso. Liberati dai sacchi, i pani così ottenuti sono posti in luoghi secchi e ventilati ad asciugare mentre l’acqua di risulta del processo di strizzamento verrà riutilizzata per amalgamare altra polvere pirica.

Una volta asciutti, i pani di polvere da sparo vengono spezzati e sbriciolati con dei pestelli di legno (l’uso di metallo in questi lavori può generare scintille che possono portare all’esplosione del preparato) e i grani così ottenuti vengono passati con dei setacci di diversa larghezza che li separa per grandezza.

Avremo, a questo punto, vari tipi di polvere da sparo, stabilizzata dal processo di amalgama con l’acqua e successiva essiccazione e distinguibili dalla grossezza dei grani di polvere ottenuta dalla frantumazione dei pani.

I nostri antenati avevano osservato che a seconda della grandezza dei grani di polvere nera, la stessa aveva una combustione tanto più veloce quanto più piccoli risultavano i grani stessi e viceversa, tanto più lenta quanto più i grani erano grossi.

L’osservazione ebbe immediata applicazione pratica nell’utilizzo delle bocche da fuoco che a seconda della lunghezza della canna e diametro di questa e del proiettile, oltre che del suo peso e richiedevano come propulsore, polveri con grani tanto più grossi quanto più la canna era larga e lunga e la palla pesante. Il motivo di tutto ciò è abbastanza semplice. L’uso improprio di polvere con grana troppo fine o grossa provocava o, nel primo caso, una combustione troppo veloce con una susseguente dilatazione dei gas in anticipo rispetto alla velocità di fuga del proiettile e conseguente esplosione della canna della bocca da fuoco; oppure, al contrario, una combustione troppo lenta per cui la forza propulsiva dei gas si esauriva prima che la palla uscisse dalla canna e l’arma faceva cilecca. L’uso invece di una grana adeguata (a volte diversa addirittura dopo uno o più spari della stessa arma), permetteva un coerente sviluppo dei gas che davano la giusta forza propulsiva alla palla in uscita.

Particolare attenzione merita il cosiddetto “polverino” o “spolverino”. Era questa la polvere più fine del processo di selezione dei grani. Quasi impalpabile, aveva una velocità di combustione altissima ed era estremamente pericoloso da usare come propellente. Raccolto in corni chiusi alle estremità, veniva invece utilizzato come innesco da versare nel fornelletto. La sua alta velocità di combustione al contatto della miccia o della scintilla dava una sicura combustione alla polvere propellente inserita nella canna in dosi, di solito preconfezionate come nel caso dell’archibugio, i così detti dodici apostoli. Questi erano delle fiaschette monodose di legno e cuoio appese ad una bandoliera tenuta trasversalmente sul petto dall’archibugiere. Rovesciate e aperte, lasciavano cadere il loro contenuto in una sorta di piccolo bicchiere ligneo che si inseriva perfettamente nella canna adagiando la polvere propellente a grana adatta sulla culatta dell’archibugio la quale comunicava attraverso un condotto con il fornelletto. Posto sulla parte laterale della culatta esterna, questo era una cameretta di scoppio per il polverino che, depositato dal corno, veniva sigillato dal cane che ne impediva la dispersione fino al momento del suo utilizzo, quando veniva inserita nella pinza del cane la miccia accesa o, più tardi, fatta provocare la scintilla dall’acciarino a pietra focaia del meccanismo di sparo del grilletto.

Per contatti: luigisorr@gmail.com

 

 

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