“La presa di Pisa” dipinta sul fronte di cassone conservato alla National Gallery di Dublino descritta nei fatti e nei personaggi grazie all’araldica.

Il seguente articolo sarà pubblicato per intero in un volume  sul tema arte-araldica a cura del prof. Alessandro Savorelli, edizioni Orsini de Marzo.

in questo sito se ne può prendere visione di una parte.

 

presa di Pisa

tav.1 presa di pisa

 

tav.2 presa di Pisa

tav.2 presa di Pisa

 

I cassoni  fiorentini del quattrocento donati in occasione delle nozze sono da sempre collocati nella cosiddetta arte “minore” , di conseguenza spesso relegati nei depositi dei musei e poco studiati dagli studiosi e ricercatori d’arte.

Tuttavia esistono esaurienti pubblicazioni a riguardo, tra cui degni di nota l’opera di Schubring dell’inizio del ‘900, il più recente studio di Graham Hughes, nonché gli studi di M.Scalini e l’opera  le Tems Revient[1].

Recentemente nel 2010 la mostra “Virtù d’Amore, pittura nuziale nel quattrocento fiorentino” allestita e realizzata dal Museo Horne ha sottolineato l’importanza di questi arredi da camera ricollocandoli in una giusta rivalutazione[2].

Il loro utilizzo è noto, venivano donati agli sposi per le nozze . All’epoca gli arredi delle case erano pochi ed essenziali: letti, tavoli, cassapanche, sedie spesso pieghevoli e sgabelli. Non esistevano armadi che per lo più venivano ricavati  in rientranze e sporgenze delle strutture murarie delle case.

I vestiti ripiegati venivano riposti nei cassoni che erano gli elementi principali del mobilio.

Le famiglie più ricche o agiate possedevano cassoni riccamente decorati con pitture o intagli realizzati dalle migliori botteghe artistiche o artigiane del tempo. Le pitture presentavano spesso tematiche mitologiche, bibliche o di storia antica, ma non mancavano episodi della storia contemporanea come scene di feste o di tornei oppure fatti d’arme. Noti sono i cassoni raffiguranti la battaglia di Anghiari del 1440 conservati alla National Gallery di Dublino e al Museo Archeologico di Madrid di cui mi sono occupato in una recente pubblicazione[3].

Questo studio tratterà del fronte di cassone della “Presa di Pisa”, opera sorella della battaglia di Anghiari e pure conservata alla National Gallery di Dublino, raffigurante la conquista della città toscana da parte dei fiorentini nel 1406 (vedi tav. 1 e 2).

Cercherò di provare l’esattezza storica dell’opera non solo nei fatti descritti ma specialmente nelle rappresentazioni dei personaggi, riconoscibili nella quasi totalità grazie ai simboli araldici ( stemmi, imprese, divise ) raffigurati su giornee, bardature dei cavalli, tende da campo e stendardi.


[1] P. Schubring, Casson , Leipzig 1923; G. Hughes, Renaissance Cassoni , London 1997;  M.Scalini, Divise e livree, araldica quotidiana in  Leoni vermigli e candidi liocorni , Comune di Prato, Quaderni 1, 1992; Le tems revient ‘l tempo si rinuova, Silvana Editoriale, 1992.

[2] Virtù d’Amore, pittura nuziale nel quattrocento fiorentino, Giunti 2010.

[3] M. Predonzani, Anghiari 29 giugno 1440, la battaglia, l’iconografia, le compagnie di ventura, l’araldica, Il Cerchio, 2010.

 

 

Il cassone

Il fronte di cassone raffigurante la “Presa di Pisa” è conservato alla National Gallery di Dublino (N.780) assieme al ‘fratello’ rappresentante “La battaglia di Anghiari”. Le due opere hanno le stesse misure cm. 0,61x 205 e sono state dipinte dallo stesso autore o appartengono alla stessa bottega .

Ambedue commemorano due importanti vittorie della repubblica di Firenze, Lucia Tongiorgi Tomasi, in uno studio ormai datato ma unico, ne ipotizza la committenza nella famiglia fiorentina dei Capponi che all’epoca partecipò attivamente a quei fatti con dei suoi esponenti di spicco[1]. La stessa Tongiorgi descrive la storia dei proprietari delle due opere, dalla loro collocazione a Roma nel 1857 fino al sito attuale nel museo di Dublino[2].

Finora non si conosce di preciso l’autore di questi pannelli, alcuni come  Schubring e  Weisbach e recentemente Hughes lo hanno identificato nel Maestro di Anghiari[3], altri come Polcri e Scalini considerano i pannelli frutto della bottega di Apollonio di Giovanni[4]. Anche la data di esecuzione è incerta, per  Tongiorgi Tommasi potrebbe essere nel 1443, anno delle nozze di Gino Capponi con Maddalena Manelli per la probabile committenza Capponi, per Polcri entro il 1465 anno della morte di Apollonio di Giovanni[5].


[1] L.Tongiorgi Tomasi, Osservazioni su una tavola poco nota raffigurante ‘La presa di Pisa’ in  Antichità pisane, 1975/2, pag. 12.

[2] L.Tongiorgi Tomasi, cit. pag. 11.

[3] P. Schubring, Casson , Leipzig 1923, p. 243; W. Weisbach, Eine darstellung der letzten deutschen Kaiserkronung in Rom, “Zeitschrift fur bildende kunst”, 1912/13, XXIV, pp. 261-262; G. Hughes, Renaissance Cassoni , London 1997, pp. 104- 105.

[4] F. Polcri,  La battaglia di Anghiari dipinta sui pannelli di tre cassoni preleonardeschi , in Pagine Altotiberine 13, pp.128-129; M.Scalini,  Divise e livree, araldica quotidiana in  Leoni vermigli e candidi liocorni , Comune di Prato, Quaderni 1, 1992, p.61.

[5] L.Tongiorgi Tomasi, cit. pag. 12;  F. Polcri,  La battaglia di Anghiari, cit. pp. 143-144.

 

Gli argomenti dell’opera raccontati dalle immagini e dall’araldica

Nell’opera è raffigurato l’epilogo dell’assedio di Pisa, quando cioè l’esercito fiorentino si accinge ad entrare nella città, dopo gli accordi di resa della stessa, vediamo perciò accalcarsi sulla piana antistante le compagnie mercenarie al soldo del giglio. Ecco un elenco dei capitani e il numero delle compagnie tratti dalle cronache di Giovanni di ser Piero e di Gino Capponi, in parentesi e in corsivo il totale delle lance riportato dal Capponi che comunque non riporta gli effettivi per tutti i capitani[1].

 

Bertoldo Orsini con 200 lance[2] e 200 fanti

Muzio Sforza con 130 (180) lance

Rosso dell’Aquila 180 lance

Franceschino della Mirandola 70 (80) lance

Tartaglia 130 (135) lance

Obizzo da Monte Carulli 150 lance

Brigata della Rosa 150 (120) lance

Lorenzo da Cotignola 120 lance

Antonello della Reina con 30 lance

Micheletto da Cotignola 20 lance

Ruggeri da Perugia 70 lance

Marchese Malaspina 300 fanti

Messer Luca del Fiesco con 6 lance e 300 balestrieri

Ugo da Monte Azone con 4 lance e 100 fanti

Conte Antonio da Monte Granelli 4 lance e 100 fanti

Conte Raginopoli 4 lance e 100 fanti

Conte Giovacchino con 100 fanti e 6 lance

Bindo da Montetopoli 4 lance e 50 fanti

Romagna e Galatea 16 lance e 300 fanti

Franco Aretino 200 fanti

Conte di Poppi 100 fanti

Conte da Urbino 100 fanti

Caporal Sere e Malvolto 100 fanti ognuno

Marchese Niccolone lance 80

Marchese San Felice lance 50

Seguono poi altri comandanti minori senza il numero delle loro truppe.

 

Dalla lista di Giovanni di Ser Piero, la più completa, abbiamo un totale di 3.700 cavalli e 2.150 fanti circa, il numero resta imprecisato in riferimento alle truppe dei comandanti minori[3]. Altri cronisti non sono così precisi ma ugualmente riportano il complessivo delle truppe come Ammirato per il quale i fiorentini avevano all’assedio un totale di 4.500 cavalli e 5.000 fanti[4]. Per Palmieri 5.000 cavalli e 7.000 fanti, per l’Anonimo pisano 3.000 cavalli e migliaia di fanti e infine per Poggio il totale delle truppe fiorentine tra cavalieri e fanti era di 12.000 uomini[5]. E’importante evidenziare la differenza di calcolo tra cronista e cronista, discordanza molto frequente nelle cronache del Medioevo e del Rinascimento.

 

Durante l’assedio si sono susseguiti ben quattro capitani del comune o capitani di guerra, cioè comandanti in capo dell’esercito fiorentino. All’inizio delle ostilità nell’agosto 1405 i Signori nominarono capitano delle genti della Repubblica Andrea Vettori, fiorentino e cavaliere che durò pochi mesi nell’incarico. A lui, nell’ottobre 1405, fu preferito Bertoldo Orsini conte di Soana che era venuto in aiuto a Firenze con molti uomini, ma in seguito anche questo fu destituito dato che era poco combattivo, i fiorentini quindi passarono il bastone al consigliere del Bertoldo cioè ad Obizzo da Monte Carulli nel gennaio 1406. Nel giugno dello stesso anno Obizzo dovette abbandonare l’esercito per recarsi nelle sue terre attaccate dal marchese di Ferrara, quindi al suo posto venne eletto capitano generale il genovese Luca Fiesco.

 

Tutti questi personaggi compaiono nel dipinto del cassone anche se all’epilogo della Presa di fatto non tutti erano presenti, ma il pittore  vuole rappresentare i personaggi di spicco e  anche i fatti salienti che precedettero la vittoria fiorentina.

fig.1 Bertoldo Orsini

fig.1 Bertoldo Orsini

 

Bertoldo Orsini è ritratto al centro su di un cavallo nero con il bastone in mano e seguito da un fante che sembra un araldo (fig.1). La barda del cavallo porta un emblema che araldicamente viene così descritto: inquartato al I°e al IV° d’argento alla rosa rossa gambata e fogliata di verde, al II° e al III° di rosso alla rosa d’argento. La rosa fa parte dello stemma Orsini, generalmente rossa su campo d’argento e a volte d’argento su campo rosso come è rappresentata nella bandiera di Pier Giovanpaolo Orsini alla battaglia di Anghiari dipinta sul cassone “fratello” di questo conservato a Dublino[6]. Comunque lo stesso inquartato della barda di Bertoldo lo troviamo pure su un’altra bandiera Orsini, precisamente nella “Cavalcata del Gentil Virginio Orsini” rappresentata in un affresco nel castello Orsini-Odescalchi di Bracciano[7].

Bertoldo è rappresentato ancora una volta nel dipinto sullo sfondo a sinistra sotto la città di Firenze, mentre con la sua compagnia di cavalli e fanti si avvicina al campo fiorentino. E’ riconoscibile perché porta ancora lo stesso inquartato di rose mentre alcuni dei suoi uomini abbinano le rose con campi di scaglionettato o fiammante di rosso e d’argento.

Anche la compagnia della Rosa partecipò all’assedio sotto il comando di Tommaso Crivelli e Tommaso Castello, dal nome si potrebbe supporre che anch’essa portasse questo fiore come simbolo di riconoscimento, ma finora non sono stati trovati documenti o iconografie a riprova.

fig.2 Obizzo da Montegarullo

fig.2 Obizzo da Montegarullo

 

Veniamo al terzo capitano eletto del comune, Obizzo da Monte Carulli o Montegarullo. Ser Piero lo chiama Lodovico Obizzi da Lucca, portandoci a considerarlo appartenente alla famiglia Obizzi originaria della Borgogna, che verso il 1000 si stabilì a Lucca e che porta come stemma il bandato d’azzurro e d’argento. In realtà si chiamava Obizzo da Cortesia da Montegarullo, nel Frignano (Appennino Modenese) e portava come stemma di famiglia il monte di tre cime sormontato da tre rose, come appare su di un  sigillo descritto dal vescovo Ughelli in Italia Sacra, menzionato anche da Giuseppe Calamari che scrisse su Obizzo stesso[8].

 

Nella fig. 2 si può vedere Obizzo da Montegarullo vicino ad un gruppo di armati, con il bastone in mano, la giornea e la bardatura del cavallo decorati con il monte rosso sormontato da tre rose rosse su campo bianco, alternato al monte bianco sormontato da tre rose bianche su campo rosso. Sulla giornea una banda nera caricata da un’onda d’argento divide i due emblemi contrapposti.

fig.3 Luca Fiesco

fig.3 Luca Fiesco

 

L’ultimo capitano Luca Fiesco (fig.3) è ritratto in basso a sinistra del dipinto assieme a tre fanti armati di lance. Ha la mano destra alzata che impugnando il bastone sembra incitare le truppe a procedere. Non porta lo stemma Fieschi, bandato d’azzurro e d’argento, ma i simboli di comando: bastone, cappello rosso e giornea dorata lo identificano nel capitano generale.

… altro nel libro che verrà pubblicato nel 2012 dalla Orsini de Marzo.


[1] Capitoli dell’acquisto che fé il Comune di Firenze, di Pisa, composto per lo virtuoso uomo Iovanni di ser Piero, Archivio Storico Italiano, tomo VI, parte seconda, Firenze 1845, pp. 247-279; Commentari di Gino di Neri Capponi dell’acquisto, ovvero Presa di Pisa seguita l’anno 1406, , Muratori R.I.S. XVIII 1731 coll. 1127-1148.

[2] All’epoca l’unità base della cavalleria italiana era la lancia formata da tre uomini: il primo cavaliere o capo lancia, il secondo cavaliere o piatto e infine il paggio o ragazzo.

[3] Questi comandanti erano: Signore di Cortona, Bartolomeo da Pietra Mala, Conte da Colegalli e il Conte Ruberto.

[4] Istorie fiorentine di Scipione Ammirato, Parte prima, Tomo II°, p. 386.

[5] M. Palmieri, La presa di Pisa, Il Mulino 1995, p. 31; Cronichetta di Anonimo Pisano in G. Odoardo Corazzini, L’assedio di Pisa (1405-1406), Firenze 1885, p. 67; P. Bracciolini, Historia Fiorentina tradotta da Jacopo suo figlio, Arezzo 1980.

Ulteriori cronache o storie che trattano dell’assedio: Cronache e testi sull’assedio di Pisa più importanti: La cronaca di ser Nofri in G. Odoardo Corazzini, L’assedio di Pisa (1405-1406), Firenze 1885, pp. 3-57;  Le croniche di Giovanni Sercambi, vol. III°, Lucca 1892, pp. 97-112; M. Palmieri, De capti vitate Pisarum liber, Città di Castello, 1904; F. T. Perrens, Histoire de Florence, Paris 1883, pp. 140-161; O. Corazzini, Sommario di storia fiorentina, Firenze 1899, pp. 232-241.

[6] M. Predonzani, Anghiari 29 giugno 1440, cit. pp. 153-154.

[7] C.Vanenti,  Castelli in Italia , ed.Konemann, p.186.

[8] G. Calamari, Obizzo da Montegarullo e Neri vescovo di Siena, in L’Archiginnasio: Bollettino della biblioteca comunale di Bologna, vol. 25 1930, p. 259.

 

 

 

 

 

 

 

13 Commenti.

  1. Luciano Bassotti

    Ne approfitto ancora per avanzare uno dei miei quesiti, spero non me ne voglia.
    In questo dipinto come in molti altri del ‘400 che ritraggono battaglie ed armati, si riescono a distinguere chiaramente elmi riconducibili a varianti di barbute, basicnetti o celate che presentano una sorta di visiera tesa sopra gli occhi che ricorda la foggia delle borgognotte del ‘500 (nel presente dipinto si osservino i fanti semi-coperti dalle tende: indossano elmi assimilabili a barbute con visiera tesa). Nonostante ciò, non ricordo di aver mai visto di persona o in foto esemplari sopravvissutti di elmi quattrocenteschi di tale foggia. Qualcuno sostiene che si tratti di “licenze pittorico-estetiche” di artisti desiderosi di rappresentare elmi “all’antica”, ma sinceramente a me sembra troppo frequente la rappresentazione di tali elmi da poter essere una semplice licenza artistica (soprattutto in contesti dove tutti gli altri particolari sembrano riprodotti in maniera assai fedele). Mi piacerebbe conoscere un suo parere in merito.
    Cordiali saluti,
    Luciano Bassotti.

  2. Sono d’accordo con lei. Anch’io ho notato spesso nelle iconografie del ‘400 questo tipo di elmetto che ricorda molto la borgognotta usata nel XVI° secolo.
    Anche nell’articolo “la battaglia di Anghiari del Museo Arqueologico di Madrid” si vede un cavaliere fiorentino al centro del dipinto che porta questa “borgognotta” (vedi particolare nella fig.40).
    Mi sono riguardato un po’ di libri d’arte dal mio archivio, questi elmetti appaiono anche su affreschi e miniature dalla seconda metà del ‘400 circa, fino alla fine del secolo. Li dipingevano un po’ in tutta Italia, Beato Angelico, il Bonfigli, Signorelli e anche la “Cronaca Napoletana Figurata” edita dal Filangieri e sono sempre di colore dell’acciaio. Simili ma diversi sono invece gli elmetti “all’antica” rappresentati da Piero della Francesca, Ghirlandaio, il Mantegna o Leonardo. Simili per la forma ma diversi per le decorazioni e per il colore vario come marrone, rosso, verde ecc.
    Probabilmente barbute o celate d’acciaio con questa visiera tesa furono effettivamente usate nel 1400.
    Anche su questo tema si potrebbe fare un bello studio ma c’è sempre il problema del tempo.
    Saluti
    M. Predonzani

  3. Mario Venturi

    Anche nella battaglia navale affrescata nel Palazzo Pubblico di Siena e nella battaglia di S.Efisio del Camposanto di Pisa (non ricordo a colpo se l’autore/i sia Spinello Aretino o Lippo Vanni) si vedono protezioni della testa di tipologia analoga o di tipologie sostanzialmente atipiche se non addirittura inusitate. Eminenti studiosi dell’armamento medievale, fra cui il compianto Giorgio Boccia,sostengono che i reperti pervenutici testimoniano soltanto in minima parte le varianti tipologiche in uso nel medio evo e nel rinascimento. Sottolineo che le opere che ho citato, straordinariamente ricche di varianti, sono databili fra la fine del tre ed i primi del quattrocento. E che dire degli armati della Casetta delle Guardie del Castello di Avio!?

  4. Signor Venturi approfitto del suo commento per farle i complimenti per i suoi bellissimi soldatini.
    Ogni tanto mi collego al suo sito non solo per ammirare i suoi lavori ma anche per documentarmi.
    Saluti Massimo Predonzani

  5. Gianantonio Tassinari

    Gentilissimo Signor Predonzani buona sera.
    Mi chiamo Gianantonio Tassinari e scrivo da Ravenna. Più che un commento per quanto vedo in questo sito, che non potrebbe essere che ottimo e favorevole, mi permetterei di rivolgerLe una richiesta di aiuto/chiarimento. Siccome sto svolgendo da tempo una ricerca araldico- vessillologica sulle insegne che portava Muzio degli Attendoli, detto Sforza, mi chiedo e Le chiedo se nell’opera pittorica qui mirabilmente illustrata si possano scorgere anche le insegne del ben noto capitano di ventura che fu genitore del più noto Francesco Sforza, duca di Milano, e capostipite della relativa dinastia ducale.
    Le sarei grato per una gentile risposta e, comunque, per un qualsiasi ulteriore aiuto che potesse chiarire i dubbi che ammantano la mia ricerca.
    Grazie ancora per la gentile attenzione e di nuovo tanti complimenti per il sito.
    Cordiali saluti.
    Gianantonio Tassinari

  6. Egregio signor Gianantonio Tassinari
    Come ha detto Lei, Muzio degli Attendoli è stato il capostipite degli Sforza ed anche il primo possessore delle imprese ed emblemi chiamiamoli “storici” della famiglia.
    Esclusi i cotogni, che derivano dalla città natale degli Attendolo cioè Cotignola, Muzio iniziò a portare l’ondato inquartato con il campo rosso dalla sua militanza sotto Alberico da Barbiano. Poi dal 1401 aggiunse il leone rampante all’arme dei cotogni, leone concesso dall’imperatore Roberto di Baviera e nel 1409 l’impresa dei tre anelli intrecciati donatagli da Niccolò d’Este. Tutti questi emblemi furono più o meno estesi a tutto il suo casato.
    Ora, in questo fronte di cassone raffigurante la “Presa di Pisa” appare una nuova impresa, quella del morso o delle moraglie, visibile su giornee, bardature e bandiere dei cavalieri sforzeschi rappresentati. Precisamente la vediamo dipinta nell’inquartato Attendolo dell’ondato che araldicamente viene descritto: al I° e al IV° fasciato ondato d’azzurro e d’argento e al II° e al III° di rosso alla moraglia d’oro. Il Minuti nella “Vita di Muzio Attendolo Sforza” chiama questo inquartato: “divisa a quarteri “ e si sa che fu il più usato dagli Attendolo-Sforza sugli stendardi e non solo, inserendo nel campo rosso l’impresa personale.Ad esempio, Micheletto Attendolo il liocorno, Francesco Sforza il cane sotto il pino ecc.
    La moraglia è individuata dagli studiosi come appartenente agli Sforza ma duchi di Milano, prima con Francesco poi con Gian Galeazzo Sforza e in seguito usata da Lodovico il Moro e Massimiliano Sforza.
    In questo caso però essa appare in azioni militari cui parteciparono gli Sforza, accaduti molto prima del loro innalzamento a duchi.
    All’impresa di Pisa oltre a Muzio c’erano pure i cugini Lorenzo e Micheletto con le loro proprie compagnie che però facevano capo a Muzio, avevano cioè un rapporto di compagniaggio, nonostante Lorenzo possedesse una condotta numerosa, di poco inferiore a quella del più famoso cugino.
    Io sono molto propenso a ritenere che questa impresa del morso appartenga al famoso capostipite.
    A riguardo ancora un fatto interessante. La moraglia viene attribuita dagli studiosi anche a Gian Galeazzo Visconti, primo duca di Milano, già alla fine del XIV secolo (vedi: Stemmario Trivulziano, Orsini de Marzo, 2000, p.36).
    Alle dipendenze di quest’ultimo, Muzio militò a paga doppia per un breve periodo (circa due anni) e forse proprio in questo periodo il condottiero può aver ricevuto la moraglia come riconoscimento da parte del Visconti.
    Ultima cosa, non si sa di preciso la data di esecuzione della presa di Pisa. Alcuni studi ipotizzano sia stata dipinta verso la metà del ‘400, altri verso il 1460, comunque all’epoca Francesco Sforza era già duca. Forse l’artista si può essere sbagliato attribuendo la moraglia di Francesco anche al padre Tenendo conto che i pittori del tempo nelle loro opere tendevano a rappresentare la vita attuale dipingendo gli abiti, le armi, l’architettura contemporanei in soggetti pittorici anche antichi. Ma è un’ipotesi che personalmente escluderei per il fatto che questi artigiani-artisti erano comunque molto precisi nel racconto delle vicende storiche, almeno per quanto mi risulta dall’esperienza dei miei studi.
    PS. Purtroppo non possiedo migliori riproduzioni del fronte di cassone di Pisa di queste che ho pubblicato nel sito.
    Spero di esserLe stato d’aiuto
    Massimo Predonzani

  7. Gianantonio Tassinari

    Gentilissimo Signor Predonzani,
    desidero ringraziarLa sentitamente per la risposta che mi ha dato e per i particolari che mi ha comunicato.
    Quanto all’insegna inquartata: fasciato ondato d’argento e d’azzurro e rosso pieno (anche se poi questo rosso avrebbe dovuto essere caricato di una
    figura), sapevo dell’esistenza poiché la ronachistica
    quattro-cinque-seicentesca ne parla.
    Meno certa invece è la ragione per la quale Muzio portava il ramo fruttato di melo cotogno, insegna che a quanto pare lo contraddistinse già prima dell’inizio del XV secolo. E’ praticamente certo che quella fosse l’insegna del comune rurale di Cotignola, e cioè un’insegna parlante, e che di essa si fregiasse Muzio (Cotignola, come è noto si trova in provincia di Ravenna e fu terra di famosi condottieri). Infatti, in alcune fotografie di palazzo sforza a Cotignola (costruzione tardo
    trecentesca/primo quattrocentesca), scattate prima degli ultimi eventi bellici che si rivelarono disastrosi per la cittadina romagnola (e anche per
    palazzo Sforza), si puo notare un fregio lungo la cornice affrescata (in prossimità del soffitto) del salone d’onore del palazzo, in cui si potevano
    scorgere varie figure alternate (araldiche e semplici imprese) tra festoni e altri disegni (se ben ricordo) e tra le quali si ripeteva quella del ramo di
    cotogno fruttato. Tuttavia non è ben chiaro se vi sia stata una concessione da parte delle magistrature comunali, oppure se sia trattato di un’assunzione spontanea da parte del condottiero.
    Ma quello che è ancora meno chiaro è come si sia passati dall’insegna del semplice cotogno a quella del leone tenente il predetto ramo fruttato (la legenda che figurava al di sotto dello scudo sembra recasse – assai icasticamente – il motto: “Flagrantia servat heculea [o hervelea, secondo alcuni] capta manu”, oppure solo “Flagrantia durat”). Ovvero, la concessione ad opera di Roberto di Baviera (che fu Rex Romanorum, ma mai imperatore), benché affermata dal Minuti, non mi sembra trovi al momento adeguato riscontro documentario. Il leone d’oro quale concessione del duca bavarese, che era pure comes palatinus del Reno, sembrerebbe storicamente calzante, proprio perché l’insegna dei conti palatini del Reno, fin dai tempi del dominio esercitato in Baviera dalla dinastia dei Welfen (XII secolo), era appunto il leone (d’oro su nero) che poi entrerà a comporre l’inquarto ducale di Baviera. Sembra inoltre provato che Roberto scese in Italia per far valere le proprie pretese, quale Rex Romanorum, onde ottenere dal papa il riconoscimento del titolo imperiale. Sembra quindi che egli cercasse, proprio agli inizi del XV secolo, alleati militari in Italia disposti a sostenerlo nelle pretese appena indicate contro coloro che erano decisi a contrastarle. Quindi, un riconoscimento di privilegi agli alleati militari, tra i quali sembra si schierasse Muzio (con annessa concessione di un titolo nobiliare e di un’insegna araldica), apparirebbe verosimile in quanto costituente una consueta moneta di scambio allora di largo uso.
    Tuttavia, benché il predetto autore ritenesse che la concessione dell’insegna del leone risalirebbe a re Roberto di Baviera, non mi pare azzardato considerare che la circostanza debba o possa essere messa in relazione con il conferimento a Muzio del titolo di
    conte di Cotignola. Al riguardo mi pare che che la ricostruzione storica più convincente relativa alla concessione a Muzio del titolo comitale sulla sua
    città natale (e territorio circostante) sia quella che si può leggere sul Dizionario biografico degli italiani (ma non solo in esso) secondo cui lo “Sforza”
    fu insignito della contea dal papa Giovanni XXII e sulla quale pure concorda il Minuti. La duplicità delle concessioni (quella araldico-vessillologica e l’investitura comitale risulta anche dalla cronaca del Minuti (“Vita di Muzio Attendolo Sforza”), secondo cui il papa, nel 1411, gli avrebbe conferito il titolo comitale, tra l’altro dietro lauto compenso – 14/16.000 ducati -, mentre Muzio avrebbe solo continuato ad alzare lo stendardo del leone, già acquisito dieci anni prima per concessione di re Roberto, facendolo addirittura seguire, nella gerarchia delle precedenze, da quello gentilizio originario a quartieri ondati e rossi, come si può leggere anche nella ricostruzione svolta in “Stemmario Trivulziano”, a cura di Carlo Maspoli, Milano 2000, pagg. 36-37).
    Comunque sia, non ho rinvenuto fino ad oggi tracce documentali dell’esistenza di un privilegio o altro atto di investitura da parte di chichessia relativamente alla concessione di tale titolo, nè dell’arma, anche se le due cose potevano non andare necessariamente di pari passo e non è detto che dell’eventuale attribuzione di un’arma araldica si facesse sempre cenno sui documenti che servivano ad attribuire una determinata sovranità territoriale con i diritti di giurisdizione a essa relativi.
    Penserei si potesse svolgere forse una ricerca utile sul tema presso l’Archivio di Stato di Milano
    (spulciando tra i fondi documentari relativi agli Sforza là conservati), ma da quanto ho potuto vedere leggendo l’inventario riportato sul sito internet dell’archivio meneghino, concernente le carte sforzesche ivi presenti, non mi pare vi sia alcun accenno che possa far ritenere la sussistenza a Milano di documento riguardanti i predetti eventi. La ricerca dovrebbe ovviamente essere estesa ad altre istituzioni archivistiche presenti in luoghi in cui la dinastia sforzesca, ivi inclusi i rami collateriali, si sparse(ad esempio, Pesaro, ecc.).
    Auspicando di poter avere un proficuo scambio di idee su questa ricerca, La ringrazio per l’attenzione e invio i miei migliori saluti.
    Gianantonio Tassinari

  8. Gentile signor Gianantonio Tassinari,

    Sono storico olandese. Ho trovato una stemma di una aquila bicipite sul sito http://www.stupormundi.it/stemmi.html. Adesso scrivando un articolo sulla stemma del commune di Nimèga / Nijmegen (Paesi Bassi). La stemma di Nimèga è derivato degli Hohenstaufen (vede anche il sito http://www2.nijmegen.nl/content/249945/het_wapen_van_nijmegen), ma è bicipite. Ho letto vostro articolo e lo trovo molto interessante. Vorrei sapere della stemma dove è scritto: “Stemma attribuito a Federico II con aquila coronata e bicefala in campo d’oro” si o no è un vero attribuito a Federico, dove è trovato e quando/da qual tempo c’è. Ho provato mandarLa una mail via stupormundi.it, ma è ritornato: non può essere recapitata.

    Grazie in anticipo della vostra risposta,

    Huub Kurstjens
    Coorninglaan 47
    6652GE Druten
    Nederland / Paesi Bassi
    tel. +31-(0)487-513119
    mob. +31-(0)6-51933911
    e-mail: h.kurstjens@hccnet.nl
    website: http://www.Dantenijmegen.nl

  9. lorenzo fiorelli

    Faccio parte della compagnia Storica Rosso d’Aquila sarei interessato all’araldica di Rosso o Rubens Guelfaglione de l’Aquila se presente sul sassone

  10. Egregio signor Fiorelli,
    del condottiero Rosso Guelfaglione dell’Aquila si hanno poche notizie. Campano lo menziona nella Vita di Braccio, riguardo alla sua militanza, assieme allo stesso Braccio Fortebraccio, nella compagnia di Alberico da Barbiano. L’Ammirato, il Capponi, Giovanni di ser Piero ed altri cronisti, parlano della partecipazione di Rosso dell’Aquila alla presa di Pisa del 1406. Infine Alfonso Dragonetti ha scritto nell’800 una sua breve biografia nelle Vite degli illustri Aquilani .
    Nulla si sa però sullo stemma o sulle imprese da lui portate, o almeno io non ho trovato niente a riguardo.
    Il cassone sulla Presa di Pisa descrive con molta precisione i più importanti condottieri e le loro compagnie al soldo fiorentino, impegnati alla conquista della città toscana. Ne ho identificati molti sul dipinto: Bertoldo Orsini, Muzio Sforza, Franceschino della Mirandola, Obizzo da Monte Carullo, il Tartaglia, la compagnia della Rosa e altri. Purtroppo per Rosso dell’Aquila ho potuto solo ipotizzare la sua raffigurazione, causa la mancanza di notizie sulla sua araldica.
    Dalle cronache troviamo che nell’impresa di Pisa il nostro condottiero, possedeva una delle compagnie più numerose dell’esercito fiorentino, 180 lance, inferiore solamente all’Orsini che ne aveva 200. 180 erano anche le lance di Muzio Sforza, mentre il Monte Carullo ne aveva 150, il Tartaglia 135 e via via gli altri in decrescendo. Proprio per questo motivo Rosso dell’Aquila dovrebbe esser stato rappresentato sul cassone di Pisa.
    I dipinti sui cassoni per nozze del ‘400, come questo, sebbene spesso precisi nel racconto dei fatti e dei personaggi, erano sempre vincolati dagli interessi dei loro committenti. Ad esempio la bottega fiorentina che eseguì la Presa di Pisa, dipinta dopo la metà del ‘400 circa, si è dedicata a rappresentare prevalentemente stemmi ed imprese sforzesche, in numero predominante in confronto a tutti gli altri condottieri. Questo probabilmente perché all’epoca del dipinto Francesco Sforza era duca di Milano e la sua antica amicizia con Firenze e con Cosimo Medici era sempre salda e bisognava commemorarla, come appunto su quest’opera.
    Tra i personaggi che non sono riuscito ad identificare sul cassone e che rimangono incerti, c’è un cavaliere che si trova al centro dell’opera vicino a Bertoldo Orsini e Franceschino della Mirandola. Questo cavaliere porta sulla giornea un inquartato al I° e al IV° ondato stretto in palo di tre colori bianco, rosso e probabilmente azzurro o verde (questi ultimi due colori, all’epoca instabili su legno, hanno assunto una colorazione nerastra), al II° e al III° di bianco o d’argento pieno. La barda del cavallo invece, con la parte superiore dorata segno di potere, esibisce nella parte inferiore tre emblemi differenti che sono lo squamato, l’ondato e le rose.
    L’ondato stretto di tre colori è molto simile a quello adottato dai Bracceschi fin dalla loro militanza sotto il Barbiano, militanza comune al Rosso. Braccio da Montone inquartava questo ondato con il campo rosso pieno, questo cavaliere inquarta l’ondato con il campo bianco.
    Nel giugno 1406, durante l’assedio, sorse una disputa tra Muzio Sforza e il Tartaglia, in questa disputa vennero coinvolte anche le altre compagnie dividendo pericolosamente l’esercito fiorentino in due fazioni, da una parte lo Sforza con i cugini Lorenzo e Micheletto e dall’altra il Tartaglia con le compagnie di Franceschino della Mirandola e anche di Rosso dell’Aquila.
    Il valiere sul dipinto è raffigurato vicino al Mirandola anche per questo si potrebbe pensare a Rosso Guelfaglione.
    Invece gli emblemi sulla bardatura del cavallo danno altri indirizzi. L’ondato in fascia di due colori ricorda le onde sforzesche, le rose l’emblema Orsini o della compagnia della Rosa, infine lo squamato una probabile derivazione dell’ondato in fascia sforzesco.
    Questi sono gli indizi che mi fanno ipotizzare che questo cavaliere sia Rosso dell’Aquila.
    Le spedisco al suo indirizzo mail il particolare del dipinto che le interessa.
    Proprio questi giorni ho trovato sul sito Fontecchio-Wikipedia un articolo che dichiara Rosso appartenente alla famiglia aquilana dei Benedetti, ma non ci sono le fonti.
    A Lei risulta questa notizia? Potrebbe essere interessante se vera.
    Ecco il link: http://it.wikipedia.org/wiki/Fontecchio
    Tanti saluti
    Massimo Predonzani

  11. Valerio Riocci

    Gentile Sig. Predonzani,
    anch’io sono spinto dall’interesse per la figura di Rosso dall’Aquila.
    Innanzitutto complimenti per il suo lavoro.
    Leggendo la sua risposta al Sig. Fiorelli ho avuto un piccolo dubbio riguardo l’araldica sulla giornea del presunto Rosso.
    Mi sembra di capire, anche guardando l’immagine, che i colori dell’ondato nel I e nel IV siano nell’ordine azzurro/verde-rosso-bianco-rosso-azzurro/verde, il tutto su fondo nero.
    Può confermarmi questo oppure i colori hanno un’ordine diverso?
    Grazie,
    Valerio

  12. Egregio signor Valerio Riocci
    Presumo che abbia visto l’immagine che ho inviato al Sig. Fiorelli.
    L’ordine dei colori dell’ondato in palo nel I e nel IV sulla giornea del presunto Rosso sono quelli da Lei descritti, solo iniziano con il rosso poi nell’ordine confermo la sua disposizione con: azzurro/verde, rosso, bianco, rosso e azzurro/verde.
    L’araldica sulla giornea prosegue nel II e nel III con il campo pieno bianco, ma il fondo nero non c’è. Forse per fondo nero Lei intende la parte superiore della giornea che si allaccia al collo? questa infatti è di colore nero.
    La ringrazio per i complimenti
    Tanti saluti
    M. Predonzani

  13. Valerio Riocci

    Per fondo nero intendevo il colore dello “sfondo” del I e IV, ma ora mi rendo conto che è stata una mia incomprensione nel guardare la figura…
    Dunque l’ordine dei colori in entrambi i quarti della giornea è rosso, azzurro/verde, rosso, bianco, rosso, azzurro/verde.
    Grazie per il chiarimento,
    Saluti
    Valerio