Roberto Bolognesi

battaglia olio su tela di Roberto Bolognesi

battaglia olio su tela di Roberto Bolognesi

 

Il racconto di seguito descrive in maniera del tutto fantasiosa un probabile scenario di

invasione di popolazioni indoeuropee in Europa occidentale. Si mette in evidenza

l’aggrerssività dei guerrieri Kurgan nei confronti di un villaggio neolitico.

Il contrasto non è soltanto militare, ma anche culturale: uno scontro fra agricoltori primitivi e

pastori nomadi con concezioni religiose totalmente opposte: miti femminili intimamente legate

alla terra e al sangue per i primi, divinità celesti fortementi virili per i secondi.

 

INVASIONE!

Ungheria occidentale. Punto imprecisato della zona pianeggiante chiamata Mezőföld, compresa tra le paludi del lago Balaton e la sponda destra del Danubio. III millennio a.C. Anno sconosciuto. Mezza estate … Ondate di guerrieri Kurgan indoeuropei migrano verso ovest.

Gli uomini dell’avanguardia si spostavano velocemente attraverso la fitta foresta di faggi. Erano armati e silenziosi. Improvvisamente Lukwos, detto “il Lupo”, alzò il pugno ordinando ai compagni di fermarsi. Senza fiatare tutti cercarono un nascondiglio dietro un tronco o un cespuglio nel denso intrico del sottobosco. La foresta s’interrompeva bruscamente aprendosi ad una vasta zona pianeggiante che si perdeva oltre l’orizzonte. Sulla destra muschi, canneti e piante acquatiche rivelavano residui di acque stagnanti e paludose.

Torbiere.

Lukwos rabbrividì. Non amava le torbiere. Temeva gli spiriti dei morti che a volte vagano nelle loro acque basse e limacciose. Troppe volte aveva visto riaffiorare intatti i cadaveri dei sacrifici umani. Corpi che dovevano essersi dissolti da molto tempo e che invece la torbiera manteneva integri, come se avesse il potere di ritardare il loro viaggio nel regno dei morti e spingerli a vendicarsi tormentando i sogni dei vivi.

Sulla sinistra, invece, basse colline rocciose nascondevano piccoli dirupi e invisibili anfratti. Nel mezzo, una smisurata landa fertile sulla quale i coltivatori avevano già inferto i segni dell’aratro.

Lukwos guardò il cielo. Pesanti nuvole grigie, gravide di pioggia, provenienti da ovest avrebbero presto oscurato il sole. Non molta distanza separava lui e i suoi guerrieri da un villaggio agricolo formato da decine di ampie capanne oblunghe, da un deposito di cereali sopraelevato e da un vasto recinto per gli animali da lavoro. Lukwos notò che il borgo, senza difese, era stato edificato incautamente troppo vicino al bosco di faggi. Un qualsiasi attacco li avrebbe colti di sorpresa. Ma forse quelle genti non temevano minacce da quel lato. Probabilmente giudicavano la selva ad est e la zona paludosa a nord, nel loro insieme, un ostacolo sufficiente che li poneva al sicuro da qualunque rischio. Sogghignò pensando che gli agricoltori a volte potevano essere così ingenui e immersi nel loro duro lavoro da considerare la guerra come un’attività estranea alla loro natura. Alcune volte, nel passato, sotto le tende del clan di suo padre, aveva udito i bardi narrare di popolazioni agricole dell’ovest rette da streghe sacerdotesse che non conoscevano l’uso del carro da guerra, dell’ascia da battaglia e si servivano del cavallo solo per trascinare l’aratro.

In lontananza osservò alcuni contadini terminare la mietitura e raccogliere le ultime spighe di frumento. Gli parve inconsueto, data la stagione avanzata, vedere un così scarso numero di persone impegnato nel lavoro dei campi. Il villaggio era troppo vasto per ospitare solo poche famiglie. Dov’erano tutti gli altri? Sospettò che si stessero preparando a difendere la loro comunità, e ciò significava che li avevano scoperti attraversare il bosco.

Perplesso si passò una mano fra i capelli induriti dal gesso azzurro. Ogni guerriero spalma su tutto il corpo una mistura di gesso azzurro. In battaglia il gesso crepa in mille frammenti e trasforma il combattente in un mostro terrificante. Il colore simboleggia l’unità del guerriero con la volta celeste e con Dyeus Pətēr, il dio Padre del Cielo Luminoso, mentre il sangue versato è il sacrificio per il dio delle tempeste e della guerra Perkwunos.

Strinse il lungo manico della scure con la lama in bronzo. Era appartenuta a suo padre. A lui, ormai, non serviva più. Era stata sua espressa volontà donare l’ascia da battaglia al figlio contravvenendo alla consuetudine dei nobili del clan di portare con se tutto il proprio armamento, nel lungo viaggio oltre la morte.

Il capo del loro gruppo tribale, il fratello di suo padre, si era fatto tumulare in un Kurgan, nella steppa, indossando tutte le armi del suo rango. Nella camera sepolcrale aveva voluto con se anche il suo carro da guerra e i suoi cavalli e, fatto non inconsueto per un nobile, era stato accompagnato nell’oltre tomba dalla moglie, da alcune concubine e dagli schiavi più devoti.

Il padre di Lukwos, invece aveva preferito raggiungere Dyeus Pətēr seguendo il sentiero più diretto. La sua anima si era affrancata dal corpo attraverso il fumo di una pira rituale. Un rogo. Lo spirito di suo padre era ascesa al cielo disperdendosi nell’aria libera della brughiera.

Brandire la scure gli dava la sensazione di accedere ad un esclusivo contatto mistico con l’anima del genitore. Per questo non aveva mai permesso a nessuno di toccarla.

Percepì dei passi leggeri alle sue spalle. Sapeva che Kwōn lo avrebbe raggiunto per conoscere le sue decisioni. Quell’uomo era alto quasi due metri e pesava oltre cento chili. Un fascio di muscoli e tendini, irrequieto e sempre pronto all’azione. Kwōn, significava “cane”, e come un vero cane da gregge possedeva l’abilità di mantenere unito il gruppo di combattimento. Nelle battaglie o nelle razzie pareva aver ricevuto dagli dei il dono dell’ubiquità. Lo si trovava sempre magicamente nei punti più caldi ad incitare i compagni o a rintuzzare furiosamente, da solo, gli attacchi nemici. Lukwos si fidava di quell’uomo. Suo padre glielo aveva discretamente messo alle spalle, come una invisibile guardia del corpo.

«Non mi fido» disse sottovoce.

«Perché temi questi campagnoli?» chiese Kwōn un po’ sorpreso da quella prudenza inconsueta «non ho visto armi né gente di cui preoccuparsi»

«E’ proprio per questo! Troppa calma può nascondere insidie»

Kwōn sorrise tra se. Il ragazzo era maturato in fretta. Qualche anno prima avrebbe condotto i suoi guerrieri a cancellare quel villaggio senza la minima esitazione. Le stirpi di pastori nomadi odiavano gli agricoltori. Ne disprezzavano la sedentarietà, li reputavano capaci soltanto di accumulare granaglie e allevare topi. Dove ci sono i topi, che prosperano nei silos e si moltiplicano velocemente come le zecche d’estate, prima o poi, nascono sempre misteriosamente malattie e pestilenze. Kwōn ne aveva ribrezzo e li considerava come l’emanazione di spiriti malefici che tentano di rodere le radici della sacra quercia che regge la volta celeste.

«Sono come pecore e noi un branco di lupi affamati» ribadì con convinzione «Non temere i loro dei della terra, perché sono oscuri e sotterranei, mentre noi siamo protetti dal dio della saetta e della volta celeste!»

Lukwos si scosse. Gli agricoltori impoveriscono la terra e la costringono a produrre più di quanto sarebbe necessario. Essi delimitano aree con i loro steccati e impediscono il libero passaggio degli armenti, mangiano focacce fatte di semi. Mortificano la nobiltà del cavallo con il giogo per l’aratro. Soffocano l’aria e lo spirito degli uomini.

Improvvisamente guardò il compagno con quella strana luce negli occhi che prelude a una decisione senza ripensamenti.

Finalmente Kwōn vide la collera e il furore di Tenhros il “Tonante”, signore della quercia e del fulmine, riappropriarsi dello spirito del giovane guerriero.

Per non correre rischi fu dato ordine agli uomini a cavallo di aggirare il villaggio e prenderlo alle spalle. Nessuno doveva riuscire a mettersi in salvo. Contrariamente alle sue abitudini, Lukwos decise di posizionarsi personalmente davanti alla fanteria. I soldati ne furono grandemente onorati e immediatamente, Kwōn si pose davanti al giovane brandendo un pesante scudo.

Lukwos alzò di nuovo il braccio, ma questa volta la mano era aperta …

Il contadino alzò la testa e udì il soffio teso del vento di mezza estate. Le nuvole scure cariche di pioggia non promettevano nulla di buono. Senza dubbio stava per scoppiare un temporale. Poi, improvvisamente, percepì nell’aria lo strano odore dolciastro e acre del sudore umano e istintivamente volse lo sguardo verso il bosco. Non vide nulla, ma si accorse che gli uccelli avevano smesso di cantare. Allarmato decise di sospendere il lavoro e di condurre frettolosamente i buoi verso il recinto del villaggio. Doveva accelerare il passo. Ma il letame e il fango umido gli appesantivano i piedi e le caviglie impedendogli di procedere speditamente. Sciolse i buoi dal giogo e li pungolò con il bastone affinché si muovessero. I due grossi animali si mostravano insolitamente inquieti e non rispondevano alle sollecitazioni, facendo innervosire l’uomo. Prese a batterli con violenza. Finalmente, dopo alcuni minuti di inutili tentativi, le due bestie decisero di muoversi e si incamminarono verso il recinto delle stalle.

Il contadino si volse nuovamente verso il bosco di faggi.

Il grido di sorpresa e di orrore rimase soffocato nella trachea, mozzandogli il fiato. Di fronte a lui, a meno di mezzo miglio, centinaia di demoni grigio azzurri pesantemente armati, avanzavano allo scoperto.

L’incubo inaspettato cancellò ogni barlume di lucidità dalla mente dell’uomo, che prese a correre scompostamente fra le zolle inciampando e ruzzolando più volte. Non udì nemmeno il sibilo secco, simile al frullo di centinaia di ali d’uccello, che saliva alle sue spalle, e morì così, quasi senza accorgersene, con la faccia schiacciata a terra, trafitto alla schiena da decine di frecce.

Gli altri contadini isolati che lavoravano più ad ovest e alcune donne che riempivano grosse ceste di tuberi commestibili furono sorpresi dal fulmineo sopraggiungere dei cavalieri e non ebbero il tempo di rendersi conto di quanto stava avvenendo. Furono massacrati uno ad uno con meticolosa freddezza. Macellati come animali da sacrificio. Morivano sbigottiti, increduli della loro sorte.

Un lampo, seguito immediatamente dal poderoso fragore di un tuono preannunciò, come un preciso messaggio divino, l’arrivo di un violento fortunale.

A ondate, la pioggia iniziò a sferzare la pianura con scrosci, man mano sempre più intensi.

La manovra di accerchiamento rallentò al limite del villaggio. Tutti attendevano l’ordine decisivo di Lukwos.

L’uragano non accennava a smettere. Con l’avambraccio si deterse il volto dalla pioggia. Il gesso azzurro si era ormai trasformato in una poltiglia grigia rendendo il suo aspetto ancor più spaventoso. Dall’esterno le lunghe capanne si mostravano apparentemente deserte e per i sentieri non c’era anima viva se si escludevano alcune galline fradice e dei grassi maiali liberi che grufolavano tra i rifiuti e le pozze d’acqua piovana.

L’unico punto dal quale proveniva una certa attività pareva essere dall’interno di un enorme edificio ovale posto al centro del villaggio. Da un’apertura sul tetto, furoriusciva un fumo bianco e denso. Poteva essere un tempio o una casa del consiglio, o entrambi.

Lukwos dette l’ordine di saccheggiare il villaggio, incenerire le case e ammassare i prigionieri nel recinto del bestiame. Separare i maschi dalle femmine, ma lasciare i bambini con le madri. Con i piccoli non sarebbero fuggite e sarebbero state più malleabili. Naturalmente chiunque facesse resistenza doveva essere eliminato. Oltre ad un buon numero di capi di bestiame, sperava di raccogliere anche una certa quantità  di schiavi da donare ai propri uomini come bottino o venderli in qualche mercato del sud. Delle donne che avrebbero trovato, i suoi uomini potevano farne ciò che volevano. Dopo settimane di marcia permetteva loro di sfogare le tensioni accumulate.

Il nubifragio cancellava le distinzioni tra i guerrieri. Uomini, cavalli, insegne e armi, grondavano acqua e fango. Tra i turbini di pioggia e vento sembravano ombre grigie ed evanescenti. Alcune saette strapparono la volta del cielo ed esplosero a terra poco lontano da loro. Lukwos ebbe la sensazione che Weuru-wokw, il dio celeste dall’ampia voce tonante, colui che si esprime solo con il fragore del tuono, volesse mettere piede sulla terra. Buon segno. Ma se il cielo era dalla loro parte, dove si erano nascosti i contadini?

Ad un tratto, senza preavviso, il fischio stridulo di centinaia di frecce in volo coprì lo scroscio della pioggia. Non ci fu il tempo di reagire. Molti cavalieri caddero trafitti all’istante, altri soffocarono nel fango disarcionati e schiacciati dai propri cavalli feriti. Una seconda salva di frecce decimò la fanteria. Kwōn fece appena in tempo a frapporsi con lo scudo tra Lukwos e alcuni dardi scagliati da lunga distanza. Uno di questi, deviato, schizzò verso Lukwos e gli lacerò uno zigomo. Furibondo, il guerriero si toccò il volto con il dorso della mano per detergere il sangue. Kwōn si sentiva responsabile per non avere difeso a dovere il suo comandante, ma Lukwos lo rassicurò con uno sguardo. La ferita non era profonda, anche se sanguinava copiosamente.

Dai canneti della palude, un’orda di bifolchi, armati di acuminate lance in legno dalla punta indurita sul fuoco e coltelli in selce, proruppe contro gli invasori, attaccando in massa.

Lukwos reagì immediatamente dando ordine alla cavalleria di compiere una manovra avvolgente e prendere i villici sul fianco, mentre egli stesso avrebbe condotto la fanteria direttamente  contro il nemico. Sebbene inferiori di numero, la morsa avrebbe dovuto funzionare. Nonostante la sorpresa dell’attacco improvviso, era certo che questi zappaterra non avessero molta esperienza militare. Sarebbe bastato contenere il loro slancio, poi i cavalieri avrebbero fatto il resto. Fu sorpreso di notare fra la massa dei nemici un numero consistente di donne. Pensò disgustato che i cantastorie avevano ragione quando descrivevano certe società agricole come sedentarie, egualitarie e matriarcali.

Frenò volutamente lo slancio della fanteria permettendo ai bifolchi di entrare nel loro stesso villaggio. L’intrico della capanne avrebbe rallentato l’impeto della loro carica frazionando lo scontro in numerosi duelli individuali, nei quali avrebbe prevalso la netta superiorità dei suoi guerrieri. Quando poi fosse sopraggiunta la cavalleria il nemico si sarebbe trovato imbottigliato e senza speranza.

Il diluvio continuava a sferzare indistintamente i due schieramenti che erano ormai entrati in contatto. Su tutta la linea il sangue, la pioggia e il vento formavano pozze di color marrone calpestate furiosamente dagli uomini in lotta.

Come previsto i campagnoli non resistettero a lungo. I cadaveri cominciavano ad accumularsi e gli uomini faticavano a mantenersi in piedi a causa del terreno reso viscido dai fluidi corporei rilasciati dai caduti.

Lukwos fu costretto ad abbandonare il cavallo abbattuto da un colpo di mazza in pietra. Al suo fianco Kwōn ansimava dallo sforzo. Le sue braccia erano rosse di sangue fino ai gomiti, ma si trovava sempre un passo avanti al suo comandante, pronto a prevenire qualsiasi minaccia.

L’ascia da battaglia mieteva vittime umane come il falcetto troncava le spighe di frumento. Non c’era paragone fra la tecnologia di una lama in bronzo e una punta di lancia in selce. Nonostante l’insidia che poteva nascondere una lama di affilata ossidiana, la superiorità del metallo era evidente.

Ci fu un momento in cui Lukwos e Kwōn, in un eccesso di slancio, avanzarono troppo rapidamente e  si trovarono isolati dal resto dei propri uomini. Furono circondati da decine di coloni che li spinsero con le spalle contro la parete della grande capanna al centro del villaggio.

Combattendo selvaggiamente rintuzzarono i contadini fino al sopraggiungere della fanteria. Lukwos avvertì in gola il sapore del sangue e comprese di aver subìto un colpo al viso. Sputò con forza un bolo rossastro e vischioso e provò un dolore acuto dalla sommità della fronte alla base dell’orecchio destro. Il taglio aveva riaperto la ferita causata dalla freccia di poco prima e il sangue colava a rivoli dal naso e dal mento mischiandosi ai lunghi capelli fulvi, che ormai avevano assunto il colore indistinto del fango. Nel frattempo la cavalleria tardava ad entrare in azione. Kwōn aveva ricevuto un colpo di lancia ad un polpaccio e faticava a mantenersi in posizione eretta. Lukwos lo sorresse e cercò rifugio all’interno della grande capanna.

Posò il compagno a terra e si girò come un lupo inferocito brandendo l’ascia con entrambe le mani, pronto a difendersi da chiunque potesse minacciarlo dall’interno della capanna. All’esterno la battaglia infuriava ancora. Tra vortici di vento e di pioggia molti uomini si scannavano senza pietà.

Per un attimo rimase frastornato dal silenzio improvviso che lo circondava. Dentro la capanna il tempo pareva essersi bloccato. Nel silenzio totale decine di figure esili e immobili, avvolte dal fumo bianco di un braciere acceso, lo osservavano sbigottite. Nei loro occhi sgranati si leggeva il terrore e l’ostilità. Alcune si aggrappavano le une alle altre in preda allo sgomento e tremavano senza emettere un suono.

Lukwos si passò più volte l’avambraccio sugli occhi. Il sangue e la sporcizia colando, lungo il viso, sulla pesante placca bronzea che gli proteggeva il costato, lo accecavano. Sembrava una belva emersa dall’inferno. Si chiese se non avesse per caso attraversato la porta di un altro mondo. Poi si rese conto che quelle figure evanescenti erano tutte donne e che la sua intrusione aveva infranto una cerimonia religiosa. Cercò di abituare lo sguardo alla nebbia provocata dal fumo e subito notò che vi erano donne di tutte le età. Alcune avevano la testa e il viso nascosti da copricapi fatti di spighe intrecciate, altre da semplici ghirlande di fiori. Molte erano completamente nude. Un paio di esse tenevano in braccio le loro bambine. Sia le madri che le figlie erano completamente  ricoperte da una patina lucida color ocra scuro. Sul pavimento morbido, interamente ricoperto di paglia, foglie e fiori erano sistemati accuratamente decine di crani umani e bucrani bovini. Su alcuni marcivano ancora frammenti di pelle, mentre altri erano stati dipinti con la stessa patina ocra che distingueva le madri con le figlie. Un forte e penetrante profumo d’incenso usciva dal braciere posto al centro della capanna. Lukwos ricordò di aver già fiutato quel profumo nella tenda di alcuni mercanti provenienti dai territori del sud che commerciavano quasi esclusivamente quella resina profumata.

L’effluvio d’incenso, tuttavia, non riusciva a coprire l’odore del sangue e dei tessuti umani in decomposizione. Un olezzo dolciastro e nauseante saturava l’ambiente. Lukwos deglutì disgustato. Sopra un semplice altare rialzato intravide la grande statua in legno di una dea seduta su un trono, ai lati del quale erano stati rozzamente scolpiti due grossi felini accucciati.

La dea possedeva colossali fattezze femminili e attributi sessuali deformati in modo abnorme. I seni turgidi di latte pendevano sopra un ventre enorme. Tra i fianchi smisurati, che poco avevano di umano, la vulva aperta lasciava apparire la testa di un nascituro. Agli occhi di Lukwos l’effetto ripugnante era accentuato dal fatto che l’intera figura era stata scolpita in modo affrettato e grossolano, senza la minima attenzione ai particolari e alle rifiniture. L’intagliatore pareva unicamente preoccupato di mettere in evidenza i simboli sessuali della fertilità. Ai piedi della divinità, da una pietra sacrificale colava del sangue fresco.

Lukwos saettava occhiate feroci in tutte le direzioni, ma le donne rimanevano immobili, quasi pietrificate. Davanti all’altare dei sacrifici una vecchia incartapecorita, completamente nuda, reggeva fra le braccia un maialino da latte appena decapitato. Era così sorpresa dalla presenza del guerriero che non si accorgeva che il sangue fluiva attraverso le pieghe del suo corpo decrepito fino a terra. Accanto a lei, una fila di adolescenti tratteneva il fiato terrorizzata. Erano vestite con una tunica bianca e agghindate da pettorine di lunghe foglie verdi e fiori.

Fu in quel preciso istante che la vide. Era la prima della fila delle vergini, quella più vicina alla grande statua deforme. Era l’unica che lo osservava con attenzione senza ombra di apprensione nello sguardo. Lukwos fu attratto dagli occhi ambrati della giovinetta che sostenevano il suo sguardo minaccioso con calma profonda.

Improvvisamente la porta principale della grande sala fu abbattuta con uno schianto e decine di guerrieri penetrarono fragorosamente all’interno. Circondarono con grande strepito il loro comandante lieti di trovarlo ancora vivo. A quella vista certe donne svennero, ma la maggior parte tentò freneticamente la fuga in preda al panico. Alte grida isteriche sconvolsero il vasto ambiente e il caos si diffuse istantaneamente. Ognuna cercava di nascondersi e sfuggire ai soldati che avevano cominciato ad inseguirle.

La vecchia con il maialino cadde in ginocchio e un guerriero le spiccò la testa dal corpo con un unico colpo di spada. Il piccolo suino sacrificato rotolò ai piedi della vergine dagli occhi d’ambra. Era stata l’unica a rimanere immobile, paralizzata dal terrore. Gli spruzzi del sangue della vecchia strega le avevano insozzato la veste bianca e i piedi nudi. Poi si scosse, raccolse il maialino da latte, si guardò intorno con coraggio e sparì dietro una paratia che nascondeva un’uscita verso l’esterno.

Nella grande capanna, gli stupri e le violenze continuarono per ore. A Lukwos non era sfuggita la scomparsa della giovane adolescente e cominciò a cercarla in mezzo alla confusione. Non riuscendo a trovarla ordinò ai suoi uomini di radunare le superstiti, di allineare i cadaveri delle più sfortunate e frenare i propri istinti. Per quel giorno poteva bastare.

Volle esaminare personalmente i corpi massacrati, uno per uno, poi passò alle prigioniere ancora vive, ma non la trovò. Kwōn, che nel frattempo si era ripreso, lo seguiva zoppicante.

«Chi cerchi?» chiese incuriosito.

Lukwos, il “Lupo”, non rispose.

Già, chi stava cercando? Era intrigato dallo sguardo di quella adolescente senza conoscerne il motivo. Forse voleva possederla da solo, senza dividerla con nessuno. Forse la vecchia fattucchiera le aveva trasmesso le sue conoscenze della stregoneria e lei se ne era servita per dileguarsi. Forse era soltanto un capriccio che non riusciva a scacciare dalla mente. Forse, quel suo sguardo ambrato, faceva parte di un sortilegio creato apposta per confondergli la mente. Forse.

«Stai bene?» chiese Kwōn, un po’ turbato «Penso che quel colpo di lancia ti lascerà per sempre un bel disegno sul muso!» Questo è quello che disse, ma in realtà si preoccupava che il colpo non fosse stato troppo duro da fargli perdere lucidità. Gli porse un pezzo di stoffa bagnata per ripulirsi dal sangue rappreso.

Lukwos ringraziò il compagno e si deterse non senza corrucciare il viso in una smorfia di dolore. Il profondo taglio bruciava intensamente. Uscì all’aperto e il suo esercito lo acclamò vincitore. Lunghe colonne di prigionieri, già legati e uniti insieme con cappi al collo, procedevano  lentamente, sorvegliate da guerrieri a cavallo. Il temporale si era allontanato portando con se le masse oscure di nubi oltre il limite dell’orizzonte. Senza una parola, Lukwos girò attorno al perimetro della grande capanna.

Dalla parte opposta della porta d’entrata, oltre gli steccati dei recinti per gli animali, si estendeva una zona collinare irregolare con gruppi di ammassi rocciosi ricoperti da una fitta vegetazione.

La scorse in lontananza, proprio mentre spuntava da un cespuglio e tentava di raggiungere di corsa una roccia sporgente. Si allontanava velocemente sgambettando in preda alla disperazione, stringendosi al petto il maialino decapitato. Lukwos sorrise. Era arrivato il suo turno per cacciare.

Tornò indietro e ordinò a Kwōn di non seguirlo: disse di aver avvistato una misteriosa cerva sulle colline e toccava a lui catturarla perché quello era un dono di Maworts il primigenio dio della guerra. Questa notte avrebbero festeggiato la conquista di quella landa di zappaterra con fiumi di idromele.

Kwōn parve sollevato, strappò dalla gualdrappa di un cavallo un arco e una faretra piena di frecce e li porse al giovane guerriero per uccidere la cerva, ma Lukwos era già lontano accecato dal desiderio di catturare la sua preda.

Fu agevole seguire la pista della ragazza perché le tracce erano ben visibili sul fango bagnato e la sua angoscia lasciava una scia scomposta di disperazione che il cacciatore riconosceva bene. La giovane vergine correva a perdifiato ansimando e guardandosi alle spalle con occhi sgranati. Non poteva sapere se qualcuno la stesse seguendo, ma lei era determinata a raggiungere un luogo preciso dove avrebbe potuto finalmente rifiatare e nascondersi. Stringeva il corpo del maialino come per aggrapparsi ad un’ultima speranza. Probabilmente nessuno si era accorto della sua fuga, anche se quel guerriero sfregiato armato d’ascia, l’aveva guardata con desiderio e ora, forse, la stava cercando. Mille pensieri si accavallavano al batticuore, quando finalmente vide il ventre della Madre venirgli incontro. Lì sarebbe stata al sicuro.

Fiutando la pista della “cerva”, il “Lupo” correva veloce evitando accuratamente rovi spinosi e rocce rese viscide dalla pioggia. Lukwos era un cacciatore esperto; fin da piccolo si accodava al padre  nelle battute di caccia che si svolgevano, per giorni interi, nelle lande desolate dell’est, da cui proveniva. Ad ogni piccolo successo il padre lo incoraggiava, ma ne frenava l’entusiasmo dicendo che non ci si trasforma in un “cacciatore” fino a quando non si percepisce l’odore della paura della propria preda.“Devi imparare ad usare tutti i tuoi sensi” lo ammoniva“non solo la testa!”

Lukwos avrebbe raggiunto la giovinetta anche ad occhi chiusi perché seguiva infallibilmente la traccia lasciata dal suo odore. Poteva persino distinguere ogni singolo battito del suo cuore. Finalmente, la scorse entrare in una grotta naturale posta al centro di una grossa rupe a forma di semicerchio. La piccola cerva non aveva più scampo.

Rallentò l’andatura e si avvicinò senza fare rumore. Ansimava, ma non era per la corsa. Istintivamente sentiva che quel luogo apparteneva a un mondo arcano, molto diverso dal suo. Si guardò intorno ed ebbe la sensazione che anche il vento fosse caduto all’improvviso, cessando di bisbigliare tra le foglie degli alberi.

Con estrema cautela superò l’ingresso della grotta e si ritrovò all’interno di un lungo condotto  oscuro e maleodorante, debolmente illuminato dalla luce di una torcia. Capì che la scelta del rifugio della giovane non era stato casuale. Incespicò su qualcosa. Si trattava di uno scheletro raggomitolato in posizione fetale. Era stato interamente dipinto di rosso e posizionato in una buca poco profonda scavata superficialmente  nel terreno. Alzò lo sguardo e rabbrividì; decine di altri scheletri, tutti raccolti nella stessa posizione fetale, erano sistemati in file ordinate ai lati dello stretto passaggio con i crani rigorosamente rivolti verso est. Fu tentato di abbandonare quel luogo mefitico, ma la curiosità di conoscere la sorte della sua preda riprese il sopravvento. Proseguì velocemente e sbucò in un antro naturale che lasciava filtrare dall’alto, attraverso una fenditura nella roccia, un raggio di luce solare. Quello spiraglio cadeva esattamente sopra una formazione rocciosa posta al centro della spelonca, illuminandola. Qualcuno aveva sbozzato la pietra affinché assumesse l’aspetto di una figura dalle sembianze femminili. Simile a quella che aveva già visto in precedenza all’interno della capanna del villaggio, anche in questa era stato esagerato il volume dei seni e dei fianchi. Le braccia enormi terminavano con le mani riunite sul ventre a guisa di un altare per raccogliere i resti dei sacrifici o le offerte. Il corpo della dea era interamente decorato da simboli magici accuratamente scolpiti e dipinti. Attorno al  collo tozzo pendevano collane di fiori e amuleti.

La volta della grotta e le pareti erano completamente affrescate con uno spesso strato di ocra rossa. Lukwos ebbe la sgradevole sensazione che il sangue colasse dalla roccia, come se in quel luogo si fosse voluta creare l’illusione di trovarsi all’interno di un corpo vivente. Sul soffitto campeggiavano enormi svastiche, metafore del ciclo delle stagioni, e spirali concentriche, simbolo delle viscere e delle intimità femminili.

Nella penombra vide l’adolescente immobile davanti alla dea. Aveva appena sistemato con cura, fra le grosse mani di pietra, il corpo esangue del maialino.

«Che posto immondo, è questo?!» esclamò nauseato dall’odore di materia organica e sangue mestruale in putrefazione.

La sua voce rimbalzò sulle pareti diffondendo un’eco sinistro. La ragazza si girò di scatto spaventata e barcollò all’indietro sedendosi ai piedi della dea, sfinita. Terrorizzata, guardava il guerriero annebbiata  dalle lacrime e dalla fatica. Lukwos balzò davanti a lei.

«Capisci quello che dico?» le chiese ad alta voce. Avrebbe potuto violentarla e ucciderla subito, senza sentirsi obbligato a dire una sola parola, ma gli occhi ambrati della vergine lo frenavano.

«Si» balbettò «comprendo il tuo dialetto dell’est …»

«Allora, per Maworts, dimmi in che posto maledetto siamo!»

«Questo è un luogo sacro!» rispose, rianimandosi. «Siamo nel ventre della Dea: la Madre Terra»

Poi puntò coraggiosamente l’indice contro l’intruso. «E tu lo stai profanando!» disse sfidandolo. Se doveva morire, tanto valeva accelerare i tempi. Lo provocava, così forse l’avrebbe uccisa in fretta.

Incredulo, Lukwos allargò le braccia «Guardati attorno, questo è solo un luogo di morte e di sangue!» disse « Forse la vostra dea governa il mondo gli inferi? Perché deve nascondersi sotto terra? Il nostro Dio Padre Onnipotente Dyeus Pətēr vive nell’aria libera, segue il carro del sole, scende dalla volta celeste con una saetta in mano per darci la forza in battaglia, non ha motivo annidarsi nelle viscere di una montagna. Egli è il dio dell’aria aperta, della steppa. Noi lo preghiamo rivolgendo le braccia e lo sguardo al cielo. Tu, invece, per offrire sacrifici sei costretta a calpestare un sentiero di spettri e immergerti nel sangue di una spelonca come questa!». La ragazza sgranò gli occhi sorpresa e reagì alzandosi in piedi. Il raggio di luce che scendeva dal soffitto la colpì illuminandole il viso. A dispetto del volto sudicio ed emaciato, Lukwos pensò che fosse bella.

«Questo non è un luogo di morte!» gridò, forse per darsi coraggio «Questo è il tempio della Dea che  rinnova la spirale della vita! La morte e la vita sono un ciclo perenne che si ripete ad ogni stagione! Oggi è il solstizio d’estate: soltanto in questo giorno dell’anno, il raggio di luce colpisce il ventre della Madre» disse indicando la statua «ed ella ci ripaga rendendo fertile la terra e feconde tutte le femmine! Il maialino da latte che ho depositato sul suo grembo è il sacrificio che la renderà benevola verso tutta la terra. Ho compiuto il mio ufficio, ora non m’importa ciò che vorrai fare, ma non parlarmi del tuo Dio del cielo, perché anch’egli, come tutti nel creato, sarà pur venuto alla luce passando attraverso una vulva sanguinante! Questa grotta umida e oscura rappresenta il Sacro Utero Materno, l’origine del Mondo!»

Lukwos la prese per un braccio e la spinse al suolo. Le fu addosso con tutto il suo peso e con le ginocchia divaricò le sue esili gambe. Con una mano le afferrò entrambi i polsi e glieli tenne premuti a terra sopra la testa, mentre con l’altra si liberava delle brache all’altezza dei lombi. La ragazza non poteva muoversi e respirava a fatica, ma non tremava. Lui se ne accorse e allentò la presa, in fondo non voleva farle del male: era così bella!

Lei lo guardò negli occhi sprezzante. «Attento! Se m’ingraviderai non farai altro che la volontà della Dea!»

«Forse, ma potrei anche ucciderti, dopo …» rispose Lukwos sorridendo.

 

 

 

Bolognesi Roberto

 

 

 


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