Stemmi e imprese della battaglia di Anghiari dipinta sul fronte di cassone conservato alla National Gallery di Dublino

Introduzione

Alla National Gallery of Ireland di Dublino si può ammirare, ancora in buono stato di conservazione, il fronte di cassone raffigurante la battaglia di Anghiari (cat. N 778). Il dipinto che misura cm 0,61 x 205 risale alla seconda metà del ‘400 e fu eseguito, con buona probabilità, nella bottega di Apollonio di Giovanni in Firenze.
Esistono altre due rappresentazioni pittoriche su pannelli di cassone che celebrano la famosa vittoria fiorentina, una conservata al Museo Archeologico di Madrid e l’altra facente parte della Bryce Collection di Londra (nota 1).
L’opera di Dublino è sicuramente la meglio conservata e anche la più precisa ed esatta nella rappresentazione storica. In queste pagine mi occuperò di quest’ultima con particolare riguardo agli stemmi e imprese rappresentati sulle bandiere, barde e giornee dei combattenti, simboli questi da considerare veri e propri segni di riconoscimento dei vari contingenti che furono coinvolti in questa battaglia.
Nella primavera del 1440, Filippo Maria Visconti duca di Milano mandò Niccolò Piccinino, capitano generale delle forze milanesi, in Toscana per operare un diversivo: attaccare cioè i Fiorentini e allo stesso tempo attirare Francesco Sforza, comandante delle truppe della Lega, nel centro Italia allontanandolo dalla Lombardia. Dopo alcuni mesi, non essendo riuscito nell’intento, il Piccinino fu richiamato dal duca ma, prima di partire, pensò di attaccare di sorpresa le truppe fiorentine accampate ad Anghiari.
Il 29 giugno, verso mezzogiorno, partendo da Sansepolcro in una giornata caldissima, il condottiero visconteo si avvicinò ad Anghiari. Le sue truppe, come riferisce il cronista Flavio Biondo, erano formate da 6000 cavalli e 3000 fanti, ma sul numero esatto i cronisti del tempo non sono concordi (nota 2).Tra i suoi maggiori capitani troviamo: Astorgio e Guidantonio Manfredi signori di Faenza, il figlio Francesco Piccinino, Tartaglia della Guancia e Scarampo Visconti.
Dall’altra parte, con un numero di armati molto simile, le forze della Lega erano così formate: i Fiorentini comandati da Pier Giovanpaolo Orsini con i commissari della Repubblica Neri Capponi e Bernadetto de’Medici, il contingente degli Sforzeschi guidato da Micheletto Attendolo con Niccolò da Pisa ed infine le truppe della Chiesa comandate dal patriarca d’Aquileia ma guidate da Simonetto da Castel di Piero.
La battaglia, tra alterne vicende, durò dalle tre alle quattro ore, alla fine i Milanesi si ritirarono e fuggirono lasciando sul campo 60 morti, 400 feriti, 1800 prigionieri tra i quali 28 capisquadra e 1300 Borghigiani (cittadini di Borgo Sansepolcro unitisi ai Viscontei poco prima dell’inizio del combattimento). Il Piccinino riuscì a salvarsi con il figlio Francesco, con Guidantonio Manfredi e 1000 cavalieri. Per i Collegati le perdite furono di 10 morti e 200 feriti.
Tra le perdite dei due schieramenti il Biondo riporta anche 600 cavalli morti e un altro storico, certo Giovan Battista Poggio, parla della morte di 60 donne usate dai Milanesi come portatrici d’acqua per rinfrescare i soldati. Quest’ultime vennero uccise durante la fuga dei Milanesi, travolte dai cavalli di entrambi gli eserciti.
Il dipinto rappresenta gli episodi dello scontro in maniera talmente dettagliata come se venissero descritti da un cronista del tempo.Sulla parte sinistra dell’opera c’è la città di Borgo San Sepolcro con le sue due porte, in una delle quali si nota lo stemma del biscione visconteo, infatti dal 1438 i Borghesi erano fedeli alleati dei Milanesi (nota 3). A ridosso della città vediamo lo schieramento iniziale delle truppe del Piccinino, poco sotto sempre le truppe milanesi in due fasi della battaglia: prima ammassate davanti al ponte sul Tevere e poi disordinate mentre si ritirano.
Sulla parte destra del dipinto troviamo la città di Anghiari con il giglio fiorentino sulla porta e le vittoriose truppe della Lega che, con i prigionieri e le bandiere tolte al nemico, stanno entrando nella città. In basso invece troviamo lo schieramento iniziale dei Collegati con i suoi capitani disposti davanti al ponte detto “delle Forche”, una costruzione in pietra posta ai piedi del colle di Anghiari che attraversava un piccolo torrente dalle sponde piuttosto alte (nota 4).
La parte centrale dell’opera, infine, rappresenta l’ultimo e decisivo scontro: una mischia terribile di uomini e cavalli e sullo sfondo Città di Castello. Le cronache ci dicono che fino a quel momento la battaglia si era svolta sul ponte “delle Forche” o sulla salita per Anghiari, ma i Milanesi, respinti sulla pianura tra i due ponti, in un ultimo assalto cercarono invano di ribaltare le sorti del combattimento. Si vedono dunque i Collegati fiorentini e pontifici mentre, ormai vittoriosi, strappano le bandiere al nemico.
Come già detto, il dipinto è ben conservato e a parte un diffuso ingiallimento, forse dovuto all’invecchiamento delle vernici di protezione, i colori si distinguono ancora bene, tranne alcuni che hanno assunto una colorazione nerastra che possiamo notare specialmente su molti emblemi ed imprese.
In realtà in araldica il colore nero è stato sempre poco usato, tranne in alcune eccezioni, come ad esempio il trinciato di nero e d’argento (bianco) della famiglia Capponi. Questo stemma è presente nel nostro dipinto, inquartato con altri emblemi su di uno scudo (vedi fig.17) del quale parleremo più avanti.
Tranne che per il nero originale di questo stemma tutti gli altri sono certamente colori alterati o virati che in origine dovevano essere degli azzurri o verdi, pigmenti questi spesso instabili.
Un esempio lo vediamo con il fasciato ondato degli Attendolo-Sforza. Questa impresa la troviamo ben visibile, ancora sullo scudo della fig.17 e nella fig.3 in mezzo alle bandiere della Lega inquartata con i pomi cotogni emblema degli Attendolo di Cotignola. È risaputo che questo ondato era d’azzurro e d’argento (nota 5), qui invece l’azzurro è virato in nero.
La stessa ossidazione sull’ondato azzurro degli Attendolo-Sforza la possiamo notare in molte rappresentazioni pittoriche del tempo ma la più importante è sicuramente quella che si può vedere sulla bandiera di Micheletto Attendolo nella battaglia di San Romano di Paolo Uccello conservata al Louvre di Parigi. Sul nostro dipinto possiamo notare un ulteriore esempio di alterazione sul verde degli alberi dello sfondo dove, a parte i frutti, il verde è diventato decisamente nero (nota 6). Cercherò di far risaltare questa particolarità nel seguito di questo studio ogni volta che mi si presenterà il problema.

Le bandiere milanesi

bandiera del leopardo

bandiera del "Leopardo seduto" impresa dei bracceschi

 

 

 

Nell’opera ci sono tre tipi di bandiere milanesi rappresentate in quattro momenti diversi: i primi due si vedono davanti a Sansepolcro, uno al centro in mezzo alla battaglia e l’ultimo nella sfilata delle vittoriose truppe fiorentine (Fig.1). In questa figura la prima bandiera a destra delle tre è l’inconfondibile biscione visconteo di cui non mi soffermerò a parlare in quanto già famosa, la seconda, quella che si vede in mezzo, è ben visibile solo in uno dei quattro gruppi, quello della parata finale a cui si riferisce la figura. Qui si distinguono dei raggi d’oro in campo rosso, per cui altro non è che la Radia Magna, impresa guerresca del ducaFilippo Maria Visconti che si riconosce molto bene anche sulle barde e giornee dei cavalieri milanesi (Fig.5 ).
A sostegno di questa tesi cito i seguenti testi a cui ho attinto: Pier Candido Decembrio, segretario del duca, che nella sua “Vita di Filippo Maria Visconti” dedica tutto un capitolo alle imprese del suo signore e indica “la colomba in un nimbo di sole” come sua bandiera usuale in battaglia (nota 7).Il Codice Trivulziano 1390 individua la Radia Magna, detta anche raggiante, sempre tra le imprese del duca (nota 8). Infine nel poemetto “La fuga del capitano” di autore sconosciuto, pubblicato da Ariodante Fabretti nell’ottocento (dove si descrive diffusamente tutta la battaglia di Anghiari),che riporta, tra i tre stendardi milanesi, uno con l’immagine del sole (nota 9).
La terza bandiera è ben visibile al centro del dipinto nella mischia della battaglia, ed è l’unica delle tre ancora in mano milanese ma vi resterà ancora per poco (Fig.2).Il suo campo è d’oro con un leopardo seduto al centro di un cerchio. È lo stendardo dei Bracceschi adottato dal loro maggior capitano Braccio Fortebraccio da Montone come emblema da combattimento. Lo ricorda il Campano nella “Vita di Braccio” e il Graziani quando nella sua “Cronaca” racconta dettagliatamente lo svolgimento dei funerali del condottiero perugino e vede “tra le bandiere gialle e nere tutte con el montone”, stemma dei Fortebraccio, anche “uno stendardo bianco con el leopardo” (nota 10).
Un leopardo seduto, simile a quello della bandiera lo possiamo ammirare in un affresco nella Sala dei Notari di Perugia rappresentato come cimiero allo stemma di Braccio Fortebraccio.
Alla morte di quest’ultimo, avvenuta nel 1424, Niccolò Piccinino, suo capitano, ereditò la maggior parte delle forze braccesche rimaste, assieme alle bandiere di compagnia, guidandole in battaglia fino alla propria morte. Tre testi sulla battaglia di Anghiari riportano la bandiera con il leopardo: la “Fuga del Capitano”, il “Diario del Graziani” e “La rotta del Piccinino” (nota 11). Quest’ultimo racconta la cattura dello stendardo braccesco per opera di un certo Tartaglia d’Arezzo, che era un caposquadra della compagnia di Micheletto Attendolo da Cotignola come riferisce nei suoi scritti lo studioso Mario Del Treppo (nota 12).

Le bandiere della Lega.

stendardo della famiglia Attendolo da Cotignola

stendardo della famiglia Attendolo da Cotignola

 

 

 


Le bandiere della Lega sono ben visibili in due gruppi: nello schieramento iniziale dei Collegati (fig.3) e nella battaglia (fig.4).
Nella fig.3 sono inconfondibili il giglio della città di Firenze e le chiavi della Chiesa mentre il terzo stendardo al centro è degli Attendolo-Sforza da Cotignola ed è così formato: inquartato al I° e al IV° di fasciato ondato d’azzurro e d’argento e al II° e al III° di rosso ai pomi cotogni d’oro, il tutto accompagnato, nel ‘capo’, dalla croce rossa del popolo fiorentino.
Il fasciato ondato è un’impresa risalente a Muzio Attendolo Sforza dai tempi del suo servizio sotto Alberico da Barbiano, mentre il cotogno era l’emblema di Cotignola di Romagna, paese natale
degli Attendolo (nota 13), infine la croce del popolo fiorentino dovrebbe indicare l’appartenenza all’esercito di questa città o forse, come riferisce il Boccia, semplicemente la protezione di S.Giorgio santo dei cavalieri (nota 14).
Il conte Francesco Sforza aveva mandato numerose truppe in aiuto a Firenze sotto la guida di Micheletto Attendolo e di Troilo de Muro da Rossano, quest’ultimo non partecipò alla battaglia perché dovette recarsi a rinforzare Città di Castello con genti d’arme(nota 15), lasciando tutto il comando della compagnia del conte a Micheletto.
Veniamo ora alla fig.4 per analizzare l’ultimabandiera della Lega, quella di sinistra. Lo stendardo è tutto rosso con al centro una figura di animale tra due rose d’argento, il tutto contornato da un nebuloso d’argento da cui partono dei raggi che finiscono con una specie di “stami”. Secondo le mie ricerche è la bandiera di Pier Giovanpaolo Orsini di Manupello, capitano generale delle milizie fiorentine dall’8 aprile 1440 (nota 16).
È risaputo che lo stemma degli Orsini è “rosa rossa in campo d’argento con barre di rosso e d’argento alternate” talvolta accompagnato da L’anguilla o dall’orsa (nota 17) ma in questo caso, sulla bandiera, gli smalti dello stemma sono ribaltati: è una brisura (nota 18)? Questa alterazione non era comune nelle famiglie nobili ma veniva talvolta usata come si può vedere nella “Cavalcata del Gentil Virginio Orsini”, rappresentata in un affresco nel castello Orsini-Odescalchi di Bracciano (nota 19).
Il dipinto commemora la nomina di Virginio Orsini a capitano generale delle truppe aragonesi nel 1489 e lungo il suo corteo di cavalieri, si possono notare molte bandiere con i colori dello stemma Orsini ribaltati. Ci sono molti stendardi rossi con la rosa bianca o drappelle inquartate: d’argento alla rosa rossa e di rosso alla rosa d’argento.
Sulla nostra bandiera, la figura al centro non assomiglia tanto a un’orsa ma potrebbe essere causa di una ridipintura o di una alterazione del colore. Comunque, sta di fatto che l’insegna degli Orsini è menzionata ad Anghiari nel solito poemetto “La fuga del capitano” come “lo stendardo con un orso” (nota 20).
Infine riguardo il nebuloso possiamo vedere il Gamurri (nota 21) il quale menzionando gli Orsini di Manupello, ramo di Pier Giovanpaolo, dice: “attorniavano l’arme orsina con la fascia ripiena di manipoli di grano”, fascia che ricorda il nebuloso di questa bandiera.

I Cavalieri milanesi

cavaliere milanese delle "Lance spezzate"

cavaliere milanese delle "Lance spezzate"

La maggior parte dei cavalieri milanesi portano sulle giornee e sulle barde dei cavalli la Radia Magna d’oro su campo rosso (fig. 5)fig.6), impresa di battaglia del duca di cui ho parlato nel capitolo sulle bandiere.
Portare le insegne ducali era un diritto concesso alle lance spezzate come riferisce il Biglia e il Giulini (nota 22). Queste lance spezzate erano un corpo speciale di cavalieri che per varie ragioni si erano staccati dalle loro compagnie o erano rimasti senza comandante. Le lance spezzate milanesi erano per lo più formate da bracceschi sotto il diretto comando di Niccolò Piccinino.
Un altro corpo speciale di cavalleria milanese era quello dei famigliari armigeri o armigeri ducali formato da nobili lombardi e veterani che fungevano da guardie del corpo del signore. Anche loro erano al diretto comando del Piccinino e non è improbabile che portassero pure le insegne ducali.
Questi due contingenti d’elite erano i più affidabili e costituivano il nerbo dell’esercito milanese, per far da contrappeso e controllo alle compagnie mercenarie reclutate dal duca su base contrattuale.
Quest’ultime formavano un terzo contingente, molto più numeroso degli altri due, che era chiamato dei conductitii (nota 23).
Ritorniamo ora all’impresa della Radia Magna. Possiamo notare che è sempre inquartata con un ondato stretto che si sviluppa a volte orizzontalmente e a volte verticalmente ed è di tre colori: rosso, bianco e nero. Il nero è sicuramente ossidato e in origine doveva essere azzurro o verde.
Questi tre colori potrebbero rappresentare la divisa viscontea tratta dallo stemma del biscione che araldicamente si descrive: d’argento al biscione ondeggiante d’azzurro ingoiante un saraceno rosso, ma se di divisa viscontea si tratta è invece da escludere l’ondato sforzesco poiché quest’ultimo apparve nelle imprese dei Visconti solamente dopo la loro unione alla famiglia degli Sforza, cioè con il matrimonio di Bianca Maria Visconti con Francesco Sforza nel 1441 e la conquista di quest’ultimo del ducato di Milano nel 1450 (nota 24).
Io credo invece che questa impresa faccia parte della divisa braccesca come viene descritta da Paolo Giovio nei testi di Crollalanza e del Ricotti (vedi nota 13).
Il Giovio ricorda che inizialmente le divise dei bracceschi e degli sforzeschi erano uguali a causa della loro stessa militanza sotto le forze di Alberico da Barbiano: saio partito a quarti dalla spalla destra alla coscia sinistra di scarlatto, e dall’altra parte per traverso di celeste a onde acute. In seguito, divenuti nemici, Braccio volle differenziare la sua divisa e ordinò che le onde si facessero un po’ più strette .
Infine, alla sua morte, come riferisce il Ricotti, i bracceschi usarono le onde a divisa bianca e rossa (nota 25).
Ora, la divisa sforzesca l’abbiamo già vista nella bandiera al centro della figura 4 con le onde grosse inquartate col campo rosso su cui troviamo l’emblema del cotogno.
La divisa braccesca, invece, credo sia questa rappresentata sulle barde e giornee dei cavalieri di cui stiamo trattando: ondato stretto di tre colori inquartato con campo rosso su cui è stata posta l’impresa della Radia Magna. Due dei tre colori dell’ondato, il rosso e il bianco, sono originali della divisa braccesca, mentre il terzo può essere stato aggiunto più tardi per sottolineare l’appartenenza della compagnia al duca Visconti e di conseguenza alla sua divisa. Oppure potrebbe alludere alla divisa del Piccinino: rosso, bianco e verde come la ricorda il Matarazzo nella sua cronaca di Perugia (nota 26).
Concludendo, credo di poter ipotizzare l’appartenenza dei cavalieri delle figure 56 ai bracceschi militanti nella compagnia delle lance spezzate milanesi.
Ancora la divisa braccesca, ma questa volta senza raggiante, la possiamo vedere nella figura 7 sulla barda del cavallo di destra. Questi due cavalieri, certamente dei capitani visto i maestosi pennacchi sugli elmetti, stanno fuggendo attraversando il Tevere. Essi ricordano molto gli unici due capitani
milanesi sfuggiti alla sconfitta assieme al Piccinino e cioè suo figlio Francesco e Guidantonio Manfredi signore di Faenza (nota 27).
Francesco Piccinino fin dal 1425 era assieme al padre nelle alterne vicende militari ed ereditò, dopo la sua morte, il comando dei bracceschi e quello dell’esercito visconteo ma di lui non si conoscono imprese o emblemi personali.
Nella battaglia di Anghiari diresse, assieme ad Astorgio Manfredi, l’attacco milanese e fu sempre presente nel combattimento (nota 28).
Il capitano a destra nella figura 7 potrebbe essere Francesco; porta una giornea ornata con fiamme o fiammeggiato che probabilmente allude alla Radia Magna (nota 29) e perciò all’appartenenza nell’esercito ducale, il suo cavallo indossa la divisa braccesca ed è ferito in più punti, segno che ha partecipato al combattimento.
Passiamo al capitano di sinistra, porta sulla giornea un inquartato che araldicamente si descrive: al I° e al IV° d’argento al volo di rosso e al II° e III° di rosso al fiammeggiato d’oro.
Riguardo al fiammeggiato abbiamo già visto la sua allusione alla Radia Magna, per il volo invece non mi è stato finora possibile identificare a chi appartenga quest’impresa. Si potrebbe ipotizzare che il cavaliere sia Guidantonio Manfredi, ma anche per lui, come per Francesco Piccinino non si conoscono imprese personali; perdipiù non è presente nessun volo tra le imprese dei Manfredi di Faenza.
Nello schieramento milanese troviamo altri due cavalieri che portano l’impresa del volo rosso su campo d’argento (fig.8) ed un altro ancora, tra i prigionieri che stanno per entrare ad Anghiari, porta invece un volo d’oro su fondo rosso (fig.9). Tutti questi cavalieri inquartano la stessa impresa, ma con diversi emblemi o colori..
Nel Codice Trivulziano, edito dalla Orsini-Demarzo si possono ammirare due stemmi simili a quest’impresa a pag.89 e a pag.97, ma sono dei semivoli, hanno cioè le ali staccate l’una dall’altra e il Codice ne dà l’appartenenza alle famiglie De Cimiano e De Cimiliano. Purtroppo non ho notizie riguardo a queste famiglie milanesi, forse parteciparono alla spedizione come famigliari armigeri.
Interessante è l’inquartato del primo cavaliere a destra della figura 8.
Dalle fotoriproduzioni particolareggiate, che gentilmente la National Gallery di Dublino mi ha messo a disposizione, e dalla mia visita al museo ho potuto notare che su i due campi neri si vedono ancora segni del colore sottostante, cioè blu o azzurro.
Ne consegue che questo cavaliere (fig.8) porterebbe un semplice inquartato al I° e al IV° d’argento al volo di rosso e al II° e al III° d’azzurro, che senza volo ricorda molto lo stemma dei Manfredi di Faenza.
La stessa sequenza d’inquartato con campo azzurro al II° e al III°, ma con altri abbinamenti di imprese, la possiamo notare su i cavalieri della figura 9.
Il primo a sinistra inquarta sulla giornea il campo azzurro con le onde braccesche mentre gli altri due, uno sulla barda del cavallo e l’altro sulla giornea, portano un’inquartato così formato: al I° e al IV° scaglionato o scaglionettato in fascia d’argento e rosso e al secondo e al terzo d’azzurro al salasso d’oro.
Il salasso è un’impresa dei Manfredi portata anche da Astorgio come si può notare dalle monete coniate a Faenza al tempo della sua signoria (nota 30). Questo principe militava dal 1438 sotto le bandiere viscontee seguito l’anno dopo dal fratello Guidantonio. Nella battaglia si distinse Astorgio, che assieme a Francesco Piccinino comandò l’attacco milanese e sostenne il peso dello scontro finchè fu ferito e fatto prigioniero da Niccolò da Pisa (nota 31).
Sicuramente uno dei due cavalieri rappresenta il principe, forse quello di sinistra che indossa una giornea d’oro mentre l’altro potrebbe essere un suo capitano.
Abbiamo visto che il salasso è inquartato con lo scaglionato d’argento e rosso. Quest’ultimo è un’ impresa dei Visconti e dovrebbe indicare l’arruolamento del cavaliere all’esercito milanese (nota 32).
Il cavaliere sulla destra, oltre alla giornea con salasso, porta sulla barda del cavallo ben quattro imprese: lo scaglionettato in fascia visconteo, il volo e il sole, (che potrebbe ricordare la Radia Magna). Infine, sul petto del cavallo, porta ancora lo scaglionettato, non d’argento e di rosso, ma d’argento e nero (colore forse virato).
Torniamo alla figura 8, al centro troviamo un cavaliere che per i pennacchi sull’elmetto si potrebbe ipotizzare essere un capitano o un caposquadra.
Egli esibisce tre emblemi: l’ondato braccesco, lo squamato o squamoso e uno stemma che si legge: d’argento alla banda d’azzurro caricata di tre stelle di cinque raggi d’argento. Quest’ultimo stemma ricorda l’arme della famiglia milanese degli Arcimboldi (nota 33), originaria di Parma, che si trasferì a Milano nella prima metà del XV secolo.
Due appartenenti alla famiglia sono ricordati dal Pezzana nella sua “storia di Parma”e ambedue ricoprivano la carica di “capo supremo degli armigeri ducali (nota 34).
Per primo si distinse nell’incarico Antonello Arcimboldi e, dopo la sua morte, nel 1439 toccò al fratello Niccolò assumere il comando degli armigeri. Quest’ultimo era più esperto di diritto e finanza che di arte militare e durante tutta la spedizione del Piccinino in Toscana sembra si trovasse a Parma (nota 35).
Si potrebbe ipotizzare che questo cavaliere sia un capo squadra della compagnia degli armigeri ducali
comandati dagli Arcimboldi.
Alla fig.10 vediamo un cavaliere con il biscione visconteo.
Si trova tra i prigionieri davanti ai cavalieri della fig.9, porta sulla giornea e sulla barda del cavallo l’ondato stretto e la Radia Magna che è lo stesso inquartato delle lance spezzate che abbiamo già visto.Sulla barda del cavallo fa anche bella mostra il biscione visconteo. È l’unico personaggio che porta lo stemma dei Visconti perciò dovrebbe essere Sacromoro o Sagramoro Visconti.
La maggior parte dei cronisti dell’epoca, lo ricordano tra i capi squadra prigionieri semplicemente come Sacromoro (nota 36), il Biondo invece lo chiama Sacramoro da Parma (nota 37) e solamente l’Ammirato e il Giulini lo indicano come Sacromoro Visconti (nota 38). Il Giulini, più precisamente, dice che era nipote di un altro Sacromoro a sua volta figlio illegittimo di Barnabò Visconti signore di Milano dal 1354 al 1385,infine il Litta parla diffusamente delle sue imprese militari e lo inserisce tra i Visconti signori di Brignano(nota 39).
Nella fig.11 il cavaliere, in sella ad un nero cavallo rampante, che con la spada in mano sta incitando i Milanesi al combattimento, rappresenta probabilmente Niccolò Piccinino.
Nel dipinto lo troviamo al centro della scena vicino al ponte sul Tevere, porta sul capo una barbuta aperta a T e per cimiero (ma quest’ultimo è poco chiaro) delle ali. Dietro l’armatura si intravede una mezza giornea dorata, come dorati sono i finimenti del cavallo. Sulla barda porta l’ondato stretto inquartato con la Radia Magna, ma non c’è nessun altro stemma o emblema che lo ci faccia riconoscere per il Piccinino.Delle insegne di questo capitano perugino non è rimasto quasi nulla a causa di Francesco Sforza, suo acerrimo nemico, che nel 1455 ne fece abbattere il monumento funebre e cancellarne tutte le insegne e le memorie esistenti nella città di Milano.
Un bel ritratto del Piccinino lo troviamo nel recto di una medaglia del Pisanello, mentre nel verso, l’artista ha raffigurato un grifone che allatta due fanciulli (Braccio da Montone e il Piccinino) (nota 40). In questo caso il grifone non rappresenta lo stemma personale, ma simboleggia la città di Perugia che diede i natali ai due condottieri.
Un altro stemma del capitano visconteo si può vedere nei Ritratti ed Elogi del Totti, dove nelle pagine dedicate al Piccinino viene pubblicata un’arme con raffigurato un toro rampante (nota 41).
Per certo sappiamo, dal Matarazzo, che la divisa del Piccinino aveva i colori rosso, bianco e verde (nota 42) e le sue armi, dal 1438, divennero le stesse di Filippo Maria Visconti, in quanto il duca gliene aveva fatto dono assieme alla conferma di Capitano Generale delle sue truppe (nota 43) , a questo proposito troviamo la Radia Magna. Inoltre, un particolare che distingue questo cavaliere dagli altri sta nel piccolo inquartato che si trova al centro della barda pettorale (pettiera) del cavallo, in questo caso metallica. È un inquartato di rosso e d’argento con ai lati due placche rotonde dorate . Lo stesso inquartato e le stesse placche dorate, in origine sul dipinto ricoperte da una foglia d’argento, si possono notare sulla barda di Pier Giovanpaolo Orsini (fig.18) comandante delle truppe della Lega.
A tale proposito, io credo che il Piccinino e l’Orsini portano entrambi questi segni di riconoscimento proprio per evidenziare il loro comando?.

I Fanti Milanesi

schioppetto braccesco

schioppetto braccesco

 

 

 

Nell’opera troviamo tre categorie di fanti milanesi: i fanti armati di lancia e talvolta con scudo, i balestrieri e gli schioppetti.Questi ultimi due gruppi sono riconoscibili al centro del dipinto, raggruppati in due compagnie distinte mentre operano da supporto alla cavalleria.
Tra le fila del Piccinino gli schioppetti (fig.12) erano numerosi e furono anche molto usati nella battaglia (nota 44). Questi rappresentati portano sul capo barbute o caschetti e indossano farsetti di varie
fogge e colori. Sulle gambe portano delle calze-brache aderenti, colorate a mo’ di divisa: la destra tutta di colore rosato e la sinistra a tre colori, bianco, rosso e nero. La stessa divisa la troviamo sulle calze dei balestrieri(fig.13): la destra rossa e la sinistra a tre colori. Questi colori sono gli stessi dell’ondato stretto inquartato con la Radia Magna che abbiamo visto sui cavalieri milanesi.
Pochi sono invece i fanti armati di lancia che si vedono nella battaglia, uno di questi è raffigurato all’estrema sinistra del dipinto mentre si sta allontanando (fig.14); ha in testa un elmo con mazzocchio e porta uno scudo decorato con l’ondato stretto di tre colori e inquartato con il campo rosso del tutto simile alla divisa braccesca del cavaliere di destra della fig.7.
Un identico scudo lo troviamo sul primo fante a destra della fig.15. Egli indossa l’armatura e tiene la spada in mano: è certamente un capitano braccesco seguito da una schiera di fanti senza alcuna divisa, qualcuno senza elmetto ma tutti armati di lancia. Dovrebbero essere i Borghigiani già citati, unitisi al Piccinino e alla fine fatti quasi tutti prigionieri dai Fiorentini (nota 45).

I Cavalieri della Lega

combattimento tra astorgio manfredi e niccolò da pisa

combattimento tra Astorgio Manfredi e Niccolò da Pisa

 

 

 

Sulla destra del dipinto in basso, troviamo lo schieramento iniziale delle truppe della Lega.
In mezzo ad esso sotto i vessilli ci sono i capi dell’esercito (fig.16).
Al centro si distingue tra tutti Lodovico Scarampo Mezzarota patriarca d’Aquileia, l’unico con abiti ecclesiastici. Il legato Scarampo comandava le truppe della chiesa dall’aprile 1440, dopo aver ereditato il comando dal cardinale Giovanni Vitelleschi.
Subito dopo la battaglia di Anghiari, il 1° luglio 1440, anche lo Scarampo divenne cardinale (nota 46). Qui nel dipinto porta ancora l’abito di patriarca col cappello verde (colore alterato in nero) e non il cappello rosso di cardinale.
Ha in mano il bastone di comando e il suo cavallo porta la testiera e i finimenti dorati.
Possiamo vedere il suo stemma nella fig.17, sullo scudo che il fante a sinistra tiene appoggiato a terra: il campo è annerito con sopra una fascia dorata caricata di tre stelle, sotto di essa, in punta, c’è una mezza ruota dorata e raggiata (nota 47) .
Alla destra del patriarca, con i cappelli rossi in testa, troviamo i commissari fiorentini Bernadetto de’Medici e Neri Capponi e alla sua sinistra, probabilmente è raffigurato Micheletto Attendolo Sforza con il cappello rosso e il bastone di comando.
Davanti a tutti, in evidenza, possiamo notare il capitano generale dei fiorentini Pier Giovanpaolo Orsini (fig.18) (nota 48). Porta il cappello rosso e sopra l’armatura una sopravveste di cremisi, il bastone del comando e i finimenti dorati sul cavallo.
La barda è decorata con vari emblemi, posteriormente porta un fiammeggiato nero, impresa che troveremo spesso su i cavalieri fiorentini. Davanti invece, sulla pettiera, troviamo lo stesso inquartato di rosso e d’argento, tra due placche dorate, che abbiamo visto su Niccolò Piccinino(fig.11), l’unica piccola differenza è che qui, sull’argento, appaiono anche delle fiamme rosse.
Ai lati dell’inquartato ci sono le placche dorate che coprono uno stemma o un emblema che ricorda molto l’arme dei Capponi, trinciato di nero e d’argento (si confronti con il I° quarto dello scudo del secondo fante nella fig.17).
Da questo stemma si potrebbe pensare che il cavaliere sia il Capponi, ma egli era commissario della repubblica e come tale non avrebbe potuto portare il bastone di comando, di conseguenza faccio due ipotesi: la prima, che questo emblema non rappresenti il trinciato Capponi, ma semplicemente un’impresa di compagnia, fiorentina o dell’Orsini, con il colore nero alterato che in origine poteva essere azzurro, la seconda, che sia effettivamente il trinciato Capponi ma rappresentato dall’artista come omaggio al committente (infatti, finora è stata identificata nella famiglia Capponi la committenza dell’opera (nota 49)).
Riguardo all’Orsini, possiamo dire che tra le fonti coeve appare come un capitano coraggioso e sempre al centro della battaglia. Nei ‘Commentari’ del Capponi si legge che “il Capitano nostro” con i suoi cavalli andò ad assaltare lo stendardo nemico, e lo prese (nota 50) .
Sul pannello la parte centrale è dedicata a questo preciso momento; vediamo nella fig.19 un alfiere milanese delle lance spezzate che sta per essere sopraffatto da un cavaliere fiorentino (fig.20) ed essere derubato della bandiera.
Quest’ultima è illeggibile, si intravede solamente il campo che è rosso ma basta per identificarla come la bandiera della Radia Magna. Il cavaliere fiorentino invece (fig.20), potrebbe far parte della compagnia dell’Orsini, soprattutto per gli emblemi che porta sulla mezza giornea e sulla barda del cavallo.
Troviamo il fiammante nero e d’argento inquartato con una rosa rossa su campo nero. Cercherò di analizzare questi simboli, tenendo conto che i campi neri sono sicuramente alterati o ossidati.
La rosa rossa, come abbiamo visto nel capitolo sulle bandiere della Lega, fa parte dello stemma Orsini, generalmente rossa su campo d’argento e a volte d’argento su campo rosso. In questo caso però il campo è ancora diverso, forse azzurro, cioè una brisura dello stemma Orsini probabilmente usata per dichiarare l’ingaggio o reclutamento sotto l’esercito fiorentino.
Passiamo ora al fiammante. È lo stesso portato dall’Orsini sulla barda posteriore del cavallo (fig.18) e dovrebbe essere d’azzurro (alterato in nero) e d’argento. Quest’impresa è presente in molti dipinti di cassoni inquartata o accompagnata da altri stemmi o imprese di famiglie fiorentine (nota 51). In particolare la si può notare in un altro fronte di cassone conservato alla National Gallery di Dublino raffigurante ‘La presa di Pisa’ (cat.N.780) (nota 52).
Quest’opera, anch’essa ascrivibile alla bottega dell’Apollonio, racconta la conquista della città toscana da parte delle truppe fiorentine nel 1406. Tra gli innumerevoli stemmi ed imprese portati dai soldati fiorentini si vede spesso il fiammante, inquartato con altri emblemi come ad esempio le onde grosse degli Sforza ma soprattutto si nota come decoro di alcune tende da campo, in particolare su una tenda, fregiata in punta dal trinciato Capponi, che in basso è tutta percorsa dal fiammante: è quella di Gino Capponi, padre di Neri e all’epoca anche lui commissario della repubblica. Il fiammante, però, non è mai stato né un’impresa dei Capponi né degli Sforza per cui io credo che potrebbe essere un’impresa adottata dalle milizie fiorentine del periodo, forse per indicare una particolare compagnia di armati.
Tornando alla battaglia di Anghiari, subito a destra del cavaliere fiorentino (fig.20) troviamo un altro che porta un emblema raffigurante un nodo di corda(fig.21).
La stessa identica impresa appare anche sul cavaliere della fig.22 che sta accompagnando, spada in mano, i prigionieri ad Anghiari. Ambedue portano, sulla giornea e sulla barda, il nodo d’argento su campo nero (certamente alterato), con l’aggiunta, da parte del primo, di un campo “rosato” inquartato con il nodo, solamente sulla barda del cavallo.
Il nodo è un’impresa o uno stemma che per primo fu adottato dal condottiero Francesco o Ceccolo Broglia sulle sue bandiere (nota 53) . Dopo di lui fu portato dal figlio adottivo, certo Angelo Broglio da Lavello detto Tartaglia, il quale, alla morte del padre, assunse il cognome, il vessillo e il comando della compagnia di ventura. Il nodo del Tartaglia, d’argento su campo rosso o araldicamente (rosso al nodo d’argento) è ben visibile ne “La presa di Pisa”, sulla barda di un cavaliere al centro del dipinto che porta la bandiera del “marzocco” (nota 54) .
Un altro allievo del Broglia, Erasmo da Narni detto il Gattamelata, capitano delle truppe veneziane, portò tre nodi sul suo stemma e sempre tre nodi, furono esibiti sulle loro armi dai capitani di ventura Antonio Bocarini-Brunori, Pietro Brunoro e Brandolo Brandolini; ancora quattro nodi invece, erano presenti nello stemma del fiorentino Giovanni d’Andrea Minerbetti ma nessuno di questi signori era presente ad Anghiari durante la battaglia. Il Broglia, il Tartaglia e Antonio Bocarini-Brunori erano morti, il Gattamelata e Brandolini erano nel nord Italia a combattere il Visconti e nessun Minerbetti è citato nelle cronache del combattimento.
Solamente Pietro Brunoro viene citato ad Anghiari nella cronaca di Benedetto Dei (nota 55) ma probabilmente è un errore dello storico, in quanto nel maggio-giugno 1440, molti cronisti ricordano il capitano sforzesco alla presa di Riva e Garda (nota 56).
Chi sono allora questi cavalieri con i nodi? Una risposta credo di averla trovata nella ‘Cronaca Malatestiana’ di Gaspare Broglio Tartaglia. Questo scrittore era figlio del condottiero Tartaglia e da giovane intraprese anche lui la carriera delle armi, iniziando nelle fila del cardinale Vitelleschi. Quest’ultimo, comandava le truppe del Papa e aveva nel 1421, alla morte del Tartaglia (suo maestro), accolto nel proprio esercito gran parte della compagnia di ventura tartagliesca.
Racconta il Gaspare Broglio nella sua cronaca, che poco prima della scomparsa del Vitelleschi, questo cardinale voleva donargli le truppe e le bandiere del padre: “la signoria sua aviva adunati più di mille cavalli, fra condottieri e uomini d’arme, tucti stati discendenti Tartaglieschi, li quali aviva deliberato darmeli a me e voliva cu’io rilevasse lo stendardo di mio padre e più che me rediva una cittade chiamata toscanella (nota 57) ”.
Purtroppo, il cardinale morì poco dopo (aprile 1440) e tutte le sue truppe, come abbiamo visto, passarono sotto il comando del patriarca Scarampo Mezzarota, il quale a maggio andò in soccorso dei Fiorentini in Toscana e poi ad Anghiari. Di conseguenza la mia ipotesi è che questi cavalieri con il nodo altro non siano che i tartaglieschi passati sotto l’esecito della Chiesa, prima con il Vitelleschi e poi con lo Scarampo. Per questo motivo portano anche i colori di Papa Eugenio IV (nota 58), azzurro e argento, hanno cioè il nodo d’argento su campo azzurro (azzurro, a mio parere, virato in nero).
Proseguendo nello studio, ci spostiamo a destra e incontriamo un cavaliere (fig.23) che porta sulla giornea la mezzaruota inquartata con una P: è la stessa mezzaruota del patriarca Scarampo che abbiamo visto nella fig.17. La P invece è di difficile identificazione, secondo il Polcri potrebbe essere la sigla dell’autore Apollonio o Pollonio (nota 59), potrebbe però semplicemente stare per iniziale di patriarca. Lo stesso non partecipò di persona al combattimento ma assistette da Anghiari, perciò questo cavaliere potrebbe essere un suo capitano, forse Simonetto da Castel Piero che apparteneva alla famiglia Baglioni di Castel di Pietro o Piero. Suo zio, Francesco Baglioni detto Cecco, venne nominato conte da Papa Eugenio IV nel 1431 e in un suo sigillo, datato 1434, viene riprodotto l’emblema di famiglia, una torre o castello a tre palchi (nota 60) .
Un castello simile si vede nella barda del cavaliere di destra nella fig.24, fa parte delle truppe che accompagnano i prigionieri in città (tiene nella mano destra una corda alla quale è legato un prigioniero), la sua giornea è così formata: trinciato d’oro e di rosso, ciascun punto carico di un castello a tre palchi, il tutto dell’uno all’altro. Però, a parte il castello, non c’è riscontro per questo stemma negli emblemi dei Baglioni di Castel di Piero, perciò mi limito a segnalare solo la somiglianza dei due castelli.
Sempre nella fig.24, sulla sinistra, troviamo un cavaliere che, sulla giornea, porta un emblema che ricorda il nodo dei tartaglieschi, questa volta nero (certamente virato) su campo d’argento, ma questa figura ricorda anche l’arme della famiglia romana degli Anguillara, cioè: d’argento, alle due anguille d’azzurro incrociate. Un’esponente di questa famiglia, il conte Everso d’Anguillara, abile uomo d’armi, fu al servizio del Papa sotto il Vitelleschi e poi sotto lo Scarampo Mezzarota (nota 61). Lo storico della Tuccia lo menziona tra le truppe dello Scarampo ad Anghiari (nota 62). Questa, rappresentata sul cavaliere, potrebbe essere la sua giornea.
Ritorniamo alla fig.23, subito dietro al cavaliere con la mezzaruota vediamo un altro con l’impresa dell’àncora. Viene portata sulla barda e dipinta sulla testiera del cavallo (a quel tempo usavano per i cavalli, oltre alle testiere di ferro, anche testiere di cuoio cotto dipinte (nota 63)). Quest’àncora la troviamo anche nella fig.25 sul primo cavaliere a destra; ci troviamo ancora una volta nella sfilata dei prigionieri verso Anghiari e anche questo personaggio tiene in mano una corda a cui è legato un prigioniero milanese.
Dovrebbe essere lo stesso uomo d’arme rappresentato in due momenti diversi, con la differenza che nella fig.25 sono meglio visibili i suoi emblemi, infatti porta sulla barda l’àncora d’oro su campo nero (alterato) inquartata con il fasciato ondato d’azzurro e d’argento degli Attendo-Sforza.
Un inquartato simile è stato già notato da Pietro Roccasecca nel suo libro ”Paolo Uccello Le Battaglie” (nota 64). In questo studio, il Roccasecca analizza la tematica, la composizione e l’araldica dei tre dipinti della “Rotta di San Romano” e nella tavola conservata alla National Gallery di Londra si sofferma sul cavaliere a destra di Niccolò da Tolentino che indossa una giornea decorata con questo identico inquartato identificandolo con Micheletto Attendolo. Abbiamo già citato più volte questo condottiero, egli era cugino di Muzio Attendolo il padre di Francesco Sforza e comandava una propria compagnia spesso seguendo gli Attendolo nelle loro campagne militari. Partecipò alla vittoria fiorentina di San Romano e ad Anghiari comandava la spedizione sforzesca.
La sua impresa più conosciuta è il liocorno, raffigurato su una bandiera del terzo dipinto “Rotta di San Romano” conservato al Louvre di Parigi. Di un altro emblema ne parla Mario Del Treppo nel suo studio già citato (nota 65), descrivendo un sigillo di Micheletto formato da uno scudo e una barbuta con per cimiero delle ali da rapace. Questo dell’ancora potrebbe essere un terzo emblema di Micheletto Attendolo, ma potrebbe essere anche un’impresa di altri capitani sforzeschi importanti presenti ad Anghiari e anche otto anni prima a San Romano. Questi erano Pier Torelli e Niccolò da Pisa e combatterono ad Anghiari al soldo dello Sforza ma a San Romano erano invece sotto il comando di Niccolò da Tolentino, perciò non possono aver portato l’ondato anche in quella battaglia (nota 66).
Non rimane che l’Attendolo, forse questo condottiero portava il liocorno sugli stendardi, la barbuta sui sigilli e l’àncora, infine, come impresa di compagnia.
Il cavaliere della fig.25 porta anche una giornea che è così formata: inquartato in croce di Sant’Andrea: nel I° e nel III° di azzurro (alterato in nero), nel II° d’oro e nel IV° d’oro al fiammante di rosso, ma questo inquartato non l’ho mai incontrato tra le imprese degli Attendolo-Sforza.
Sempre nella fig.25, subito a sinistra, troviamo un cavaliere che indossa, sulla giornea, uno scaglionato riversato e sulla barda un inquartato formato da: un fiammante, un ondato disteso e da un campo completamente rosso. Forse è un prigioniero milanese, per l’ondato stretto e il campo rosso che abbiamo già visto indossare dai cavalieri milanesi ma il fiammante, invece, è impresa dei cavalieri della Lega, tranne per un caso che si può notare nella fig.8 (sul cavaliere in alto a sinistra con il fiammante inquartato con il volo).
Questo personaggio è di difficile identificazione ma uno spunto si può trarre dallo scaglionato riversato che ricorda l’arme di Baldaccio d’Anghiari, capitano al soldo di Firenze, come viene riportata da Luigi Passerini: “composta di cavalletto o scaglione arrovesciato colle parole al di sotto S.Baldacci de Angario” (nota 67). Sebbene il Passerini lo menzioni alla battaglia di Anghiari, in quel periodo Baldaccio si trovava, con le sue truppe, nella signoria di Piombino a devastare e depredare il territorio e non al servizio di Firenze bensì al servizio del conte di Urbino Guidantonio da Montefeltro, alleato del Visconti (nota 68), perciò, riguardo a questo cavaliere, posso solamente segnalare la somiglianza degli scaglioni.
Per completare la fig.25 vediamo ancora l’ultimo stemma che si intravede sulla giornea del cavaliere in alto a destra sopra al ‘Micheletto’ ed è così formato: inquartato in croce di Sant’Andrea: nel I° e nel III° d’oro, nel II° e IV °di nero (azzurro o verde se il colore è virato).
Questo stemma ricorda l’arme dei conti Guidi, che però ha una diversa suddivisione negli spazi cioè: nel I° e nel III° di azzurro e nel II° e nel IV° d’oro (nota 69). Anticamente, questi nobili toscani, esibivano il rosso al posto dell’azzurro e spesso inserivano o accompagnavano l’inquartato con un leone (nota 70) .
Sembra, dal Passerini, che due leoni rossi affrontati in campo d’argento fosse lo stemma di Francesco Guidi di Battifolle conte di Poppi, ultimo signore del feudo del Casentino in Toscana (nota 71) mentre per il Litta, il conte di Poppi portava i due leoni affrontati, ma squartati d’argento e di rosso in campo azzurro (nota 72).
Questo conte, nel 1440 all’arrivo delle truppe del Piccinino, abbandonò l’alleanza di Firenze unendosi al condottiero braccesco; tale mossa gli fu fatale, perché dopo la vittoria di Anghiari i Fiorentini lo cacciarono con tutta la sua famiglia dalla Toscana, confiscandogli tutti i beni. Il conte di Poppi si rifugiò a Bologna dove morì pochi anni dopo.
Tutte le cronache coeve parlano delle gesta del Guidi durante la guerra del 1440 ma nessuna lo menziona nella battaglia di Anghiari, sembra infatti che egli non seguì il Piccinino in Val Tiberina ma rimase a condurre scorrerie in Valdarno superiore (nota 73).
Così anche per questo stemma sono costretto ad indicarene solamente la similitudine a quello dei Guidi.
Passiamo ai cavalieri delle figure 2627; portano, uno sulla barda del cavallo e l’altro sulla barda e sulla giornea, un emblema che araldicamente si descrive: di rosso alla croce di Sant’Andrea d’argento caricata di scudetti d’argento alla croce con braccio verticale rosso e quello orrizontale nero (con l’azzurro o il verde al posto del nero se il colore è virato).
Questi scudetti ricordano la croce del popolo fiorentino e, sulla barda del cavaliere della fig.26, sono accompagnati da quattro fiori che sembrano dei papaveri.
Un riferimento a questo stemma l’ho trovato nello studio del Boccia già citato precedentemente (nota 74). Il Boccia, analizzando le armature di Paolo Uccello si sofferma anche sulle insegne e gli emblemi araldici delle battaglie di San Romano e, in particolare, nota che sulle drappelle rosse dei trombetti spiccano delle pezze onorevoli (nota 75) di vari colori per indicare i differenti schieramenti dell’esercito. Sul pannello di Parigi queste drappelle rosse portano una croce di Sant’Andrea d’argento caricata di scudetti d’azzurro alla croce di rosso alternati a targhette di rosso alla croce d’azzurro?.
Sempre nella fig.26 sulla destra, dietro al cavaliere con gli scudetti, vediamo un cavaliere con sulla barda il fiammante d’argento e di nero (alterato). È sempre la stessa impresa che abbiamo visto più volte portata dai cavalieri fiorentini, come ad esempio Pier Giovanpaolo Orsini. Sul capo indossa una barbuta ornata da un cimiero che rappresenta due ali.
Passiamo alle figure 2829, in tutte e due vediamo lo stesso identico cavaliere in due momenti diversi: nella fig.28 (subito sotto le bandiere che si vedono nella fig.4) mentre sta per attaccare il nemico e nella fig.29 mentre accompagna, spada in mano, i prigionieri ad Anghiari.
Indossa sulla giornea un inquartato di questo tipo: al I° e al IV° di rosso alla lampada d’argento, al II° e al III° squamato o squamoso d’oro e di nero (forse azzurro).
Iniziamo dalla lampada, una figura molto simile, oserei dire la stessa, la troviamo alternata alle ‘palle’ dei Medici su i finimenti della mula di Cosimo il Vecchio sugli affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella dei Magi in palazzo Medici-Riccardi a Firenze. La Acidini Luchinat, ipotizza nei suoi studi che questa lampada sia un’insegna privata di Cosimo: “un motivo presente in alternanza alle ‘palle’ nella bardatura della mula di Cosimo, vale a dire una sorta di gabbia cilindrica messa in prospettiva, culminante in corona raggiata, in cui mi è parso di poter riconoscere una versione stilizzata della lampada” (nota 76).
Lo squamato invece, viene definito da Gastone Cambin come “..probabilmente una stilizzazione del fasciato ondato degli Sforza”(nota 77) . Questo stesso squamato lo possiamo vedere nella “Rotta di San Romano” del Louvre di Paolo Uccello, precisamente su un cavaliere in mezzo ad altri sulla destra del quadro, riconoscibile per il cavallo nero con delle medaglie dorate sulla fronte. Questo cavaliere porta un piccolo scudo sulla spalla decorato con lo squamato (nota 78).
Tornando al cavaliere delle figure 2829, possiamo notare che la barda del cavallo ripete lo stesso inquartato della mezza giornea, con l’aggiunta però di una rosa a cinque petali: nella fig.28 si trova sulla pettiera del cavallo, d’argento su campo rosso, nella fig. 29, subito sotto la coda dell’animale, ma di colore rosso con gambo su campo d’argento.
Una rosa simile la troviamo nel cassone “La presa di Pisa” (già citato) su molte giornee e barde dei cavalieri fiorentini (questi probabilmente sono gli uomini d’arme della “compagnia della Rosa” in quel periodo al servizio di Firenze (nota 79)).Devo ricordare anche la rosa a cinque petali indicata da Franco Cardini ne “Le tems revient” scolpita sulla facciata del palazzo Medici-Riccardi in via Cavour e descritta come impresa dei Medici in particolare di Piero il Gottoso figlio di Cosimo (nota 80). Nel stesso testo un’altra rosa viene citata da Mario Scalini, come impresa medicea, usata come punzone sul coppo di una celata all’italiana con vista a T del 1450-1460 (nota 81).
Tenendo conto che abbiamo già visto la rosa come simbolo degli Orsini sullo stendardo (fig.4) del capitano generale Pier Giovanpaolo e sul cavaliere della fig.20 ed escludendo a priori la “compagnia della Rosa”, in quanto si era sciolta già verso il 1410 (nota 82), posso ipotizzare che il cavaliere delle figg. 2829 faccia parte della compagnia di Francesco Sforza (per lo squamato, stilizzazione dell’ondato) ingaggiato da Cosimo de’Medici (per la lanterna) e sotto il comando dell’Orsini (per la rosa); per quest’ultima escluderei, per il momento, l’appartenenza ai Medici in quanto abbiamo già l’impresa della lanterna.
Sempre nella fig.28, a sinistra, troviamo un cavaliere che porta l’ondato d’azzurro e d’argento degli Attendolo-Sforza inquartato con un simbolo che assomiglia alla ‘lampada’, ma con solo tre raggi alla sommità. Lo stesso simbolo è raffigurato sulle giornee degli scudieri di Davide in “Davide e Golia” del Pesellino, dipinto su fronte di cassone conservato alla National Gallery di Londra(nota 83) .

I Fanti della Lega

fante fiorentino

targoniere degli Attendolo-Sforza

 

 

 

I fanti della Lega sono armati di lance, balestre e scudi e indossano, quasi tutti, la barbuta con apertura a ’T’ abbellita (solo in due casi) dal mazzocchio. Come i fanti milanesi, portano delle calze-brache come divisa, esibendo colori e forme per evidenziare le varie compagnie.
Nelle figure 30, 1726 i fanti indossano la calza destra rossa e la sinistra bianca e azzurra (anche in questo caso il colore nero dovrebbe essere alterato e il colore originale dovrebbe essere azzurro). Questa è la stessa divisa delle calze indossate da Francesco Sforza alle sue nozze nel 1441 con Bianca Maria Visconti, come viene riportato da Levi Pisetzky (nota 84).
La stessa divisa si vede anche sulle calze dei fanti sforzeschi nella “Rotta di San Romano” conservata al Louvre che ho più volte citato (nota 85) , perciò, a parer mio, anche questi fanti del cassone fanno parte delle compagnie sforzesche.
I fanti tra i prigionieri (fig.10), invece, portano la calza destra di colore nero (forse in origine azzurro) e la sinistra partita di rosso e bianco, mentre i fanti che si trovano davanti a Giovanpaolo Orsini (fig.31), indossano la destra di blu scuro e la sinistra tutta bianca con piccoli rombi neri (azzurro) e fiamme rosse. Questi due gruppi dovrebbero far parte delle compagnie fiorentine, forse le condotte guidate dagli Anghiaresi: Gregorio Vanni, Leale di Cristoforo e Piero d’Anghiari (nota 86).
Riguardo agli scudi, nella fig.31 dietro al balestriere, troviamo un fante con mazzocchio e lancia che porta uno scudo, un po’ nascosto, che potrebbe essere decorato con il trinciato d’argento e di nero dei Capponi. Lo stesso trinciato si vede nella fig.17sullo scudo del fante a destra, che porta un inquartato formato da quattro emblemi: al I° il trinciato Capponi, al II° un leone d’oro rampante con rametto (che però mi è sconosciuto), al III° il fasciato ondato degli Attendolo-Sforza e per ultimo al IV° il fiammante di nero e d’argento.
Infine davanti a questo fante troviamo quello con sullo scudo lo stemma del patriarca Scarampo, che abbiamo già visto.
Per concludere lo studio, anch’io come il Polcri (nota 87) , vorrei far notare la precisione dell’autore del dipinto riguardo alla rappresentazione storica dei fatti.
A riprova di ciò troviamo in alto a destra, vicino alla città di Anghiari, le donne portatrici d’acqua (fig.32) menzionate dal Poggio(nota 88).
Causa la giornata caldissima, tutti e due gli eserciti avevano messo nelle retrovie delle donne con vasi d’acqua per rinfrescare uomini e cavalli affaticati dal combattimento. A parer mio, queste donne, data la loro posizione nel quadro (sono vicine ad Anghiari) sono di parte fiorentina, le stesse cioè che vengono ricordate nella “Fuga del Capitano” (nota 89), poemetto che secondo me ha molte analogie con le raffigurazioni di questo cassone.
Un’altra prova della realtà storica del dipinto si nota nella accurata riproduzione del luogo, specialmente riguardo ai due ponti tra le città di San Sepolcro ed Anghiari. Tra questi due ponti, quello sul Tevere e quello “delle Forche” è raffigurato l’ultimo decisivo scontro che si conclude con la disfatta milanese e la conquista delle bandiere da parte delle truppe fiorentine.
Per ultima, ma non per questo meno importante, la descrizione accurata degli stendardi e di tutti gli emblemi di riconoscimento dei combattenti che ho cercato di tradurre in maniera più corretta possibile.

Massimo Predonzani (per contattare l’autore  scrivi a alemass1959@libero.it)

Note:

1. Per notizie sul cassone di Dublino e sugli altri due vedi: P. Schubring, Cassoni, Leipzig 1923; P. Schubring, Cassoni panels in English private collection, “The Burlington Magazine” XXII (ottobre 1912- marzo 1913) pp.158-162; F. Polcri, La battaglia di Anghiari dipinta sui pannelli di tre cassoni preleonardeschi, “Pagine Altotiberine”V° 2001, pp. 127-144; M. Scalini, Divise e livree, araldica quotidiana, “Leoni vermigli e candidi liocorni”, Comune di Prato, Quaderni 1, 1992, pp. 61-62.

2. Maggiori cronache, saggi e poemetti sulla battaglia: F. Biondo, Historie, Venezia 1547, pp.128-129; Diario del Graziani “arch. Stor. Ital.” XVI 1, 1850, pp. 458-459; G. Battista Poggio, Vita di Niccolò Piccinino, Perugia 1619, pp. 255-257; Poggio Bracciolini, Historia Fiorentina “Muratori R.I.S. 1723-1751, XX”col.412-413; S. Ammirato, Istorie Fiorentine, Torino 1853, pp.262-264; D. Buoninsegni, Storia della città di Firenze, Firenze 1637, pp. 72-73; N. Capponi, Commentari “Muratori R.I.S. XVIII”col. 1193-1195; G. Simonetta, Rerum gestarum Francisci Sfortiae..”Muratori R.S.I. XXI”col.292-294; Masetti-Bencini, La battaglia d’Anghiari, “Rivista delle biblioteche e degli archivi” lug. ago. 1907, pp. 106-127; W. Block, Die condottieri, Berlin 1913, pp. 60-89; G. d’Anghiari, Memorie dell’anno 1437 al 1481, Bibl. Naz. Centr. Firenze, ms. II.II.127, cc. 37v-40v; L. Spirito, L’altro Marte, Vicenza 1849; Fuga del Capitano, in A. Faretti, note e documenti da Biografie dei capitani venturieri dell’Umbria, Montepulciano 1842, pp. 249-276; La rotta di Niccolò Piccinino, in A. Ascani, Anghiari, Città di Castello 1973, pp. 286-293.

3.Vedi L. Coleschi, Storia della città di San Sepolcro, Bologna 1982, p. 77.

4. L. Coleschi, cit. p.79; N. Capponi, cit. p. 1195; G. Simonetta, cit. p.293.

5.Per gli stemmi ed imprese degli Sforza: G, Cambin, Le rotelle milanesi, Giornico 1478, 1987, pp.122-123, 208-218 ; C. Santoro, Gli Sforza, Dall’Oglio 1968, pp. 405-406; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano 1819, Vol.16.

6. Studiosi che hanno osservato lo stesso fenomeno di alterazione: G.Cambin, cit.p.279; L.G.Boccia, Le armature di Paolo Uccello, L’Arte,III 1970,p.77; M.Scalini, cit.p.54.

7. P. C. Decembrio, Vita Fhilippi Mariae e Francisci Sfortiae, Muratori R. I. S. nuova ed. XX, pp. 138-139.

8. Codice Trivulziano 1390 p.4 divisa 4 e p.5 divisa 1; Stemmario Trivulziano, Editrice Orsinidemarzo, Milano 2000, pp. 33,35,42,43.

9. Fuga del capitano, cit. p.251.

10. G.A.Campano, Vita di Braccio, Perugia 1621, p.212; Diario del Graziani, cit. p. 361.

11. Fuga del Capitano,cit.p.250; Diario del Graziani,cit.p.461; La rotta del Piccinino,cit.p.292.

12. Vedi M.Del Treppo, Sulla struttura della compagnia o condotta militare in “Condottieri e uomini d’arme nell’Italia del Rinascimento”, Napoli 2001, p.439; Interessante sugli ordinamenti delle compagnie di ventura del ‘400 anche: M.Del Treppo, Gli aspetti organizzativi economici e sociali di una compagnia di ventura italiana, “Nuova rivista storica”,69,1985.

13. Per Sforza sotto Barbiano: G.Crollalanza, Emblemi Guelfi e Ghibellini, Rocca S. Casciano 1878, pp.16-17; E.Ricotti, Storia delle compagnie di ventura in Italia, Torino 1845, pp.272-273. Per Sforza a Cotignola: G. Cambin, cit.pp.109,122.

14. L.G.Boccia,cit.p.74.

15. P.C.Decembrio, cit.pp.524,527.

16. Masetti-Bencini, cit.p.107; G.Cavalcanti, Istorie Fiorentine, Martello ed. Milano 1944, p.406; N.Capponi, cit.col.1192, 1195; F.Guicciardini, Le cose fiorentine, Firenze 1945,p.269; G.B.Colonna, Gli Orsini, Milano 1955, p.122.

17. G.B.Colonna,cit. pp.26-30.

18. Brisura: alterazione dello stemma originale, vedi H. Zug Tucci, Un linguaggio feudale l’araldica, “Storia d’Italia” Annali I, Einaudi ed. pp.847-848.

19. Vedi: C.Vanenti, Castelli in Italia, ed.Konemann,p.186.

20. La fuga del capitano, cit.p.258.

21. F.Gamurri, Istoria genealogica delle famiglie nobili toscane e umbre, Firenze 1668,p.19.

22. A. de Billiis, Historia mediolanensis, « Muratori R.I.S. 1723-1751, XIX « , col.44-45 ; G. Giulini, Memorie spettanti alla storia della città e campagna di Milano, VI, Milano 1857, p. 204.

23. Sull’organizzazione militare delle milizie viscontee vedi: M.N.Covini, Per la storia delle milizie viscontee: i famigliari armigeri di Filippo Maria Visconti in “L’età dei Visconti” Milano 1993, pp.35-63.

24. Sulle imprese Visconti: G. Cambin, cit. pp.135-161.

25. Stemmario Trivulziano, Casa Editrice Orsinidemarzo, Milano 2000,p37.
25b. E.Ricotti, cit. p.273.

26. Cronaca del Matarazzo, “arch. Stor. Ital.” XVI 2, 1850, p. 99.

27. Sulla fuga di questi due capitani vedi: M.Sanudo, La vita dei Dogi, “Muratori R.I.S. XX”, col. 1099; Fuga del capitano, cit. p.274; P.C. Decembrio, Vita di Niccolò Piccinino, “Muratori R.I.S. XX”, col. 1082; G.C. Tonduzzi, Historie di Faenza, 1967, ristampa del 1675, p.486; F. Biondo, cit. p.128.

28. Su Francesco Piccinino nella battaglia vedi: G. Simonetta, cit. col.293; Fuga del capitano, cit. pp. 262,265; L. Spirito, cit. cap. LVIIII, S. Ammirato, cit. p.263.

29. Vedi: G.Cambin, cit. pp. 229-230.

30. Vedi: Faenza nell’età dei Manfredi, Faenza, 1990, pp.71, 187.

31. Astorgio nella battaglia: G.Simonetta, cit. col. 293-294; N. Machiavelli, Istorie fiorentine, Milano 1928, II p.90; B. Corio, storia di Milano, Torino 1978, pp.1140-1141; F. Biondo, cit. pp.128-129; S. Ammirato, cit. pp. 263-264; N. Capponi, cit. col.1195; L. Spirito, cit. cap. LVIIII; Fuga del capitano, cit. pp. 262-263, 268, 275.

32. Su scaglionettato vedi: G. Cambin, cit. pp. 141,154,247,284; e a pag. 43 del Stemmario Trivulziano della Orsinidemarzo, 2000, si può ammirare un bel stemma che mostra lo scaglionettato inquartato alla Radia Magna.

33. Cfr. G.Cambin, cit. pp.248-255.

34. A.Pezzana, storia di Parma, 1842,II, pp.414,428; M.N.Covini, cit. p.56.

35. A.Pezzana, cit. p.428.

36. N.Capponi, cit. col.1195; M.Sanuto, cit. col.1099; Fuga del capitano, cit. pp.250,263,269,275 ; La rotta del Piccinino, cit. p. .

37. F.Biondo, cit. p.129.

38. G.Giulini, cit. p.366; S. Ammirato, cit. p.264.

39. P. Litta, cit. vol. 7, tav.VIII.

40. Classici dell’Arte, 56, L’opera completa di Pisanello, Rizzoli 1972, tav.XLII-XLIII e pp.96-97.

41. P.Totti, Ritratti ed elogi di capitani illustri, Roma 1635 (al riguardo di questo toro non ho trovato riscontri in altri scritti).
Negli ultimi due anni di ricerche, ho potuto fare degli approfondimenti. Riguardo lo stemma del Piccinino mi è stata utile l’informazione della sig.ra Tirimagni che mi ha fatto pervenire l’arme identificata dal Totti: lo stemma di un toro rampante tratto dall’intestazione del catasto di Perugia sulla fam.Piccinino e pubblicata su “storia illustrata delle città dell’Umbria” a cura di R.Rossi, PG. 1993, p.416.

42. Vedi nota 26.

43. P.C.Decembrio, cit. p.68; L.Osio, Documenti diplomatici tratti dai archivi milanesi, 1872, p.161.
A riguardo il dott. Scalini mi ha fatto notare che probabilmente queste placche o bozze non sono altro che parti delle barde di ferro in dotazione ai capitani. Barde che poi venivano ricoperte di stoffa con i colori araldici.
Ultimamente grazie a delle fotoriproduzioni particolareggiate, gentilmente inviatemi dal museo di Dublino, dell’opera qui analizzata , ho potuto osservare un’ulteriore rappresentazione del Piccinino (fig.34). Qui sono visibili i cavalieri milanesi prima della battaglia vicino a Sansepolcro. Al centro su un cavallo nero con cappello rosso in testa (il colore rosso sulla tavola è scolorito) c’è il condottiero braccesco attorniato dai suoi cavalieri tra i quali due portano sui loro cavalli barde decorate. Uno ha la barda dipinta con onde distese e campo rosso, l’altro è simile, ma in quarta le onde col campo rosso caricato da un volo d’oro. Si potrebbe ipotizzare che quest’ultimo emblema sia un’altra impresa del Piccinino con chiara allusione alle ali del grifone, stemma di Perugia.
Subito sulla destra di questo gruppo ci sono due fanti con lancia e rotella (fig.33). Dall’ingrandimento si vede che le rotelle sono rosse con al centro un’animale rampante forse un leone, o un grifone (cone nella medaglia del Pisanello) o un toro, stemma dello stesso Piccininp come afferma il Totti.

44. P.C.Decembrio, vita di Piccinino, cit. col.1082; Fuga del capitano, cit. p.272.

45. Su i borghesi ad Anghiari: F.Biondo, cit. p.128; S.Ammirato, cit. pp.262,264; Fuga del capitano, cit. p.273; G.B.Poggio, cit. p.256; N.Machiavelli, cit.p.89,91.

46. Vedi: N.Capponi, cit. col. 1196; F.Biondo , cit. p.129; Diario del Graziani, cit. p. 461.

47. Cfr. stemma Scarampo v. Arch. di Soc. Rom. XIX p.405.
Un particolare interessante fattomi osservare dal conte Niccolò Capponi: il Neri Capponi è l’unico personaggio qui rappresentato di profilo. Questo profilo è molto simile a quello che si trova sull’effige del suo monumento funebre nella chiesa di S.Spirito di Firenze. La stessa effige è stata riprodotta dal Litta nel suo Famiglie celebri italiane, cit. vol.21.

48. Per il suo stendardo vedi il capitolo sulle bandiere della Lega.

49. Vedi F.Polcri, op. cit.; L.Tongiorgi Tomasi, Osservazioni su una tavola poco nota raffigurante ‘La presa di Pisa’ in “Antichità pisane”, 1975/2, p.12.

50.N.Capponi, cit. col.1195.

51. Vedi G.Hughes, Renaissance cassoni,London 1997, pp.22,64,107.

52. Per gli studi sulla Presa di Pisa: L.Tongiorgi Tomasi, op. cit.pp.11-18; M.Scalini, Divise e livree..cit.pp.61-65.

53. Le croniche di Giovanni Sercambi, a cura di S.Bongi, Lucca 1892 ,II, pp.225,226,240,280.

54. Vedi G.Hughes, cit. P.104.

55. B.Dei, La Cronica, Parafava ed. 1985 p.56.

56. F.Biondo, cit. p.126; A.Pezzana, cit. II p.427; M.Sanuto, cit. col.1094.

57. Gaspare Broglio Tartaglia, Cronaca Malatestiana del secolo XV a cura di A.G.Lucani,Rimini 1982, p.69.

58. B.Vespasiano, Commentario della vita di Papa EugenioIV, “Muratori R.I.S. XXV” col.259.

59. F.Polcri, cit. pp. 134,141.

60. Sigillo pubblicato nel testo: Claudio Mancini, Sipicciano, Roma 1994, p.119.

61. Vedi: A.da Mosto, Ordinamenti militari delle soldatesche dello stato romano dal 1430 al 1470, in Quellen und Forschungen aus Italienischen Archiven und Bibliotheken,V 1902, p.30; V.Sora, I conti di Anguillara, Arch.della Soc.Rom.di Sto.Patr. XXX 1907, p.66; N.della Tuccia, Cronaca di Viterbo, Firenze 1872, pp.169-170.

62. N.della Tuccia, cit. p.175.

63. Vedi: Le tems revient ‘l tempo si rinuova a cura di P. Ventrone, Firenze 1992 p.176.

64. P.Roccasecca, Paolo Uccello Le Battaglie, Electa 1997, pp.22-23.

65. M.Del Treppo, Gli aspetti organizzativi.., cit.p.259.

66. Testi che menzionano i due capitani a San Romano: L.G.Boccia, cit. p.71; P.Pertici, Condottieri senesi e la Rotta di San Romano di Paolo Uccello, Arch. Stor. Ital. 1999, fasc.581, pp.553-554, 556-557, 560-561.

67. L.Passerini, Baldaccio d’Anghiari, Arch.Stor. Ital. IIIs. 1866 pp.146-147.

68. Vedi: R.Cardarelli, Baldaccio d’Anghiari e la Signoria di Piombino nel 1440e 1441, Roma 1922; Dizionario Biografico degli Italiani, tomoV, pp.438-440.

69. Vedi per lo stemma Guidi: P. Litta, cit. vol.17, tav.IV; V.Spreti, Enciclopedia storico-nobiliare Italiana, vol.III,pp638-641; L.Passerini, Le armi dei Municipi Toscani, Firenze 1864, pp.89,192.

70. L.Passerini, Le armi.., cit. pp.26,192,232,291.

71. L.Passerini, Le armi.., cit.p.227.

72. P.Litta, cit.vol.17, tavXIV.

73. G.Cavalcanti,cit.pp.407-410; Dizionario Biografico degli Italiani, tomo 61,p.226.

74. L.G.Boccia, cit. pp.74-75.

75. Pezze onorevoli: figure araldiche.
Come già detto gli scudetti delle figure 26 e 27 ricordano l’arme del popolo fiorentino (d’argento alla croce rossa), arme o insegna che nel ‘400 veniva donata dalla repubblica ai cittadini che venivano fatti cavalieri o che si distinguevano per fatti d’arme. I colori degli scudetti ricordano invece quelli della parte guelfa, sempre fiorentina (campo d’argento con aquila rossa che afferra un drago verde) a riguardo vedi: G. Salvemini “La dignità cavalleresca nel comune di Firenze”, Feltrinelli editore, 1972. pp.148, 159-160, 182-186, 188-189, 197.
I papaveri invece dovrebbero far riferimento alla famiglia fiorentina dei Bartolini-Salimbeni che adottavano i papaveri sfioriti come impresa nel loro stemma. Un “Gherardo di Salimbene” nel novembre del 1440 fu spedito dai dieci di balia con 150 soldati a guardia del castello di Marrani (vedi “Delizie degli Eruditi toscani” appendice del tomo XXIII, 1786, p. 242). Lo stesso potrebbe aver partecipato alla battaglia (riguardo questa famiglia fiorentina vedi: P.Roccasecca “La Rotta di San Romano e la Rotta di Niccolò Piccinino : Paolo Uccello e i Bartolini : le ragioni di una commissione attraverso l’iconografia delle battaglie” in “Bulletin de l’AHAI” n°11-2005, pp.5-21.

76. C.Acidini Luchinat ,L’immagine Medicea in ‘Lorenzo il Magnifico e gli spazi dell’arte, Giunti 1991, p.140; C.Acidini Luchinat, Il palazzo Medici-Riccardi, Giunti 1990, p.86.

77. G.Cambin, cit.pp.213,219.

78. P.Roccasecca, cit. pp.102,116-119.

79. E.Ricotti, cit.pp. 206-207.

80. F.Cardini, Le insegne laurenziane in Le tems revient, cit.pp.63-64,73.

81. M.Scalini, Le tems revient, cit.pp.179-180.

82. Vedi: E.Ricotti, cit.p.207.

83. Vedi: G.Hughes, cit.pp.108-109.

84. R.Levi Pisetzky, Storia del costume in Italia 1964, vol.II, p.430.

85. P,Roccasecca, cit.pp.103-104,108,116.

86. Vedi: Dizionario Biografico degli Italiani, tomoV, p.438; R.Cardarelli, cit. pp.36,37; L.Taglieschi, Annali della terra d’Anghiari, ristampa del 1991, pp.164-172.

87. F.Polcri, cit.pp.142-143.

88. G.B.Poggio, cit.p.256.

89. Fuga del Capitano, cit.p.264.
Ringrazio per l’aiuto: Franco Polcri, Luigi Borgia, Mario Del Treppo, Mario Scalini, Laura Galoppini, il conte Niccolò Capponi, Giuliano Vitali, Giuseppina Tirimagni, Gabriella Povh, Pietro Lanzetta, Alessandra Cheber, Claudio Mancini, Luigi Sorrentino, Elena Savino e la Biblioteca Civica di Trieste.

Massimo Predonzani (per contattare l’autore  scrivi a alemass1959@libero.it)

 


3 Commenti.

  1. Massimo

    I have read your website with great interest, and also ordered your book. A great piece of historical detective work! I wonder if you have encountered any similar sources for the heraldry associated with the armies of Venice during the latter half of the 15th century? I have seen Colleoni, of course, but what of other contingents under the likes of Carlo Fortebraccio, Bertoldo d’Este and Antonio Marsciano?

    Regards

    Tim

  2. Dell’araldica di Venezia e di quella dei condottieri Colleoni e Carlo Fortebraccio parlo proprio nel libro sulla battaglia di Caravaggio. Secondo l’editore Acies il libro dovrebbe uscire per ottobre.
    Massimo

  3. Massimo

    Molte grazie. Ora ho il libro Anghiari. Complimenti per un grande pezzo di lavoro.

    Tim