“O DOLCE NOSTRA CASA MALATESTA”. SCHEDE DI ARALDICA MALATESTIANA

 

Rimini 23 novembre 2014 – Rimini 10 aprile 2021

GIOVANNI RIMONDINI

O DOLCE NOSTRA CASA MALATESTA”. SCHEDE DI ARALDICA MALATESTIANA

1.0. LE SIGNORIE DEI MALATESTA O “DEI MALATESTI” A RIMINI: CESENA, CERVIA, BERTINORO, SARSINA, PESARO, FANO, SENIGALLIA, FOSSOMBRONE, PERGOLA, JESI, ANCONA, ASCOLI, BORGO SAN SEPOLCRO, BRESCIA, BERGAMO, COMO, LECCO E NUMEROSE ‘TERRE’ E CASTELLI

“ Dopo la signoria scaligera, quella malatestiana era, verso la metà del secolo [XIV], la maggiore di quante ne fossero sorte in Italia dopo quella viscontea“. Così scriveva Gino Franceschini nella prefazione del suo I Malatesta pubblicato da dall’Oglio nel 1973, nella serie delle “Grandi Famiglie”, a p. 13. 1

Ma non si deve pensare ad uno stato in senso moderno, unitario e organico, bensì ad un’ occupazione del potere in numerose città e località, contigue o distanti rispetto a Rimini, capitale principale della Signoria. Sembra tuttavia che il comune governo andasse poco alla volta unificando in uno stato queste terre marchigiane e romagnole.

Intorno a Rimini vi era un nucleo coeso romagnolo marchigiano più stabile, comprendente Cesena, Pesaro Fano e Senigallia, a cui si aggiungevano molte altre città e castelli, occupati anche per pochissimo tempo, nei secoli XIV e XV.

Per interpretare l’araldica dei Malatesta o “dei Malatesti” è necessario conoscerne la storia, sia pure a grandi linee, dalla loro apparizione a Rimini nel secolo XII alla fine della Signoria all’inizio del secolo XVI, fino alla fine dei rami principali della famiglia già sovrana nel secolo XVII a Venezia. 2

Due famiglie Malatesta sono venute di recente alla cronaca, in veste di eredi dei Malatesta sovrani, una di origine meridionale avvalorata da papa Pio VII e finita nei primi decenni del ‘900, l’altra, contemporanea, discendente dall’anarchico Errico Malatesta. Soprattutto la seconda non ha niente a che fare coi Malatesta storici, malgrado gli avvalli ingenui e di un’ignoranza incredibile ricevuti di recente dallo stato italiano e dal Vaticano.3

1.1. I DUE COGNOMI: MALATESTA E/O “DEI MALATESTI”.

I Signori di Rimini e delle altre città usavano il nome proprio Malatesta, alternato spesso a Giovanni e, più tardi, a Pandolfo, e usavano due cognomi: Malatesta e “dei Malatesti” – i Malatesti, dei Malatesti, de Malatesti dal latino de Malatestis propriamente delle “male teste” volgarizzato al maschile – chiamarli semplicemente Malatesti come fosse un cognome attuale non sembra corretto. Sono gli storici locali a darsi battaglia negli ultimi tempi per usare un nome solo, secondo certe ragioni o per personali capricci. Bisognerebbe seguire gli usi antichi per i singoli personaggi della casa e usare il cognome che usavano loro: così si dirà, per fare due soli esempi, Carlo dei Malatesti ma Sigismondo Pandolfo Malatesta. In ogni caso, a mio modesto avviso, non è sbagliato usare l’uno o l’altro o entrambi i cognomi.

1.2. L’ORIGINE DEI MALATESTA

A metà ‘300 si pone il problema dell’origine della casa, ad opera di scrittori occultamente ghibellini e nemici dei Malatesta, ma non è un’esigenza genealogica a spingerli, bensì un disegno politico denigratorio, a cominciare da Marco Battagli i primi cronisti tendono a presentare i Malatesta – d’ora in poi si seguiranno i miei capricci – come “gente nuova” proveniente non da Rimini , ma dalle montane e periferiche Pennabilli o Verucchio. All’inizio del ‘300 si è già imposta una leggenda nera sulla famiglia – di perfidia e crudeltà verso i nemici e i familiari – ad opera dei fiorentini Dante e Giovanni Villani, e di altri che si schierano contro i “Tiranni romagnoli” soprattutto del partito della Chiesa. La denigrazione fiorentina dei Malatesta e dei Romagnoli moralizza l’intenzione di invadere la Romagna, e dura almeno fino a Machiavelli – l’avvento del duca Valentino Borgia castigamatti romagnoli -. Scriveva Giovanni Villani a proposito delle lotte malatestiane intrafamiliari:

“ e pare una maledizione in quello paese e ancora in quella casa e pessima usanza […] che volentieri sono traditori tra di loro.”4

Alla leggenda nera i Malatesta non si curano di rispondere, se non assai tardi, alla fine del ‘300, con una storia fantastica delle loro origini che influenzerà molto , come vedremo, l’araldica della casa.

I primi Malatesta dei secoli XII e XIII sono già personaggi importanti e agiscono alla corte dell’Arcivescovo di Ravenna, imparentati con le grandi famiglie della città esarcale, antica capitale del basso impero.

1.3. MALATESTA DA VERUCCHIO DETTO IL CENTENARIO E I SUOI FIGLI

Il creatore delle fortune sovrane della famiglia fu Malatesta da Verucchio, detto non ai suoi tempi il Centenario.

Sarebbe nato nel 1212 e morto nel 1312. Difficile avvallare pienamente la prima data, che non manca di essere contestata.5

Non sappiamo la ragione del nome di provenienza o/e di Signoria di Malatesta da Veruccchio: dal castello più importante del contado riminese, già bene allodiale della famiglia. Vi era nato?

Certamente fu assai longevo, come i suoi primi eredi, mentre le mogli venivano sposate assai giovani da questi vecchioni, quasi bambine, e se morivano spossate dai parti, ma con un erede, i loro beni dotali rimanevano alla famiglia. 6

Di seguito qui si privilegiano i figli maschi legittimi, ma le donne di Malatesta da Verucchio sono importanti protagoniste di un fenomeno di gilania, come dicono le storiche femministe, ossia della diffusione della pittura riminese del Trecento in Italia dal Veneto alle Marche meridionali. I bastardi all’inizio avevano una funzione politica considerevole per le alleanze matrimoniali con le famiglie importanti ma non sovrane delle città occupate; più tardi la mancanza di eredi legittimi obbligò a legittimare i bastardi. Il Centenario ebbe dalla prima, o seconda, moglie Concordia, riminese, imparentata con la famiglia ghibellina dominante a Rimini dei Parcitadi, il primogenito Malatestino.

Ma non è affatto sicura la primogenitura di Malatestino, qui viene affermata per la fortuna politica e la ricchezza di questo ramo che ebbe una tragica fine, i più preferiscono con certe ragioni come primo figlio Giovanni.

Seguirono, secondo le ragioni di questa versione, Giovanni “zotto” – il famigerato marito di Francesca da Polenta, presunto uxoricida e fratricida, detto dai commentatori danteschi Gianciotto – e Paolo, divenuto erede dei conti di Ghiaggiolo, un feudo quasi di famiglia.7

Ultima moglie del da Verucchio fu la nipote di un cardinale potente in curia, Margherita de Paltonieri di Monselice, con ricca dote che passò al figlio Pandolfo.

1.4. LA PRESA DEL POTERE A RIMINI. LA PRIMA SIGNORIA

Ghibellino fino al tracollo militare e politico dell’imperatore Federico II a Parma nel 1248, Malatesta da Verucchio, come nuovo capo del partito guelfo riminese e romagnolo, riesce a prendere il potere a Rimini, secondo la tradizione tramandata dai più antichi storici di Rimini, ma con buona probabilità, la notte di Santa Lucia del 1295, con strage dei parenti Parcitadi e dei ghibellini riminesi. Il Comune di Rimini finisce per trasferire i suoi diritti sovrani – ricevuti in parte da Federico I e da Federico II di Svevia e confermati dai pontefici-, e la propria capacità di autogoverno ai Domini o Signori Malatesta.

Signore o Dominus è un nome di potere antico, si potrebbe considerare un titolo generico di sovranità diverso dai titoli feudali, e come tale venne denigrato dai Pontefici, i veri sovrani nominali, quando si rivolgevano nei documenti a questi sovrani effettivi col titolo Domicellus meus, ossiamio piccolo Signore’.

1.5. LE CORONE REGIE SUI CIMIERI

La dignità politica signorile e e forse anche quella vicariale viene espressa araldicamente, con le rare corone regie sui cimieri in capo agli scudi dei Signori e/o Vicari. Ma questo capita assai tardi, nella seconda metà del Trecento, quando la casa Malatesta cerca di darsi un’immagine formale di autonomia politica a spese della sovranità pontificia. In generale ci si accorge di una tardiva espressione araldica dei Malatesta rispetto all’analogo fenomeno europeo e italiano, e l’Italia sarebbe in più tra i “pays d’héraldique plus tardive”.8

Escludiamo però l’araldica di campo, recentemente messa sotto i nostri occhi da Massimo Predonzani, sulla quale più sotto torneremo. Sulla legittimità dell’uso malatestiano del titolo regale e della corona regia si possono avanzare ipotesi giustificative costituzionali.

Roberto Valturio nella ben nota sua opera De re militari chiama Sigismondo Pandolfo Malatesta Rex Ariminensium. Si noti: non lo chiama Rex Arimini titolo che spettava, se mai, al Pontefice, ma re dei Riminesi, i quali avevano trasmesso ai Signori Malatesta la sovranità sia pure limitata sulla città che possedevano al tempo del libero comune. Forse il titolo regio attribuito dal Valturio aveva qualche ragione giuridica riconosciuta e non era una esagerazione cortigiana. Poteva essere qualcosa come il titolo di Napoleone: “Imperatore dei Francesi”, eletto per plebiscito dai Francesi detentori della sovranità sulla France. D’altra parte anche il titolo di Vicario, come quello di Vicerè, teneva qualcosa di un titolo regio.

C’è ad ogni modo una differenza tra quelli che vengono chiamati solo Signori e i Signori che governano le città e i territori anche con un titolo feudale. I Visconti, i Gonzaga, gli Este, i Montefeltro sono conti, marchesi e poi duchi delle città che governano per concessione imperiale e/o pontifica.

Pare che ad un certo momento Sigismondo Pandolfo abbia aspirato ad un titolo marchionale pontificio, poi dev’essersi accorto che non gli conveniva. Aveva peraltro due ‘cugine’ con titoli feudali e antichi altisonanti, una è Anna duchessa di Milano, sua cugina germana, e una Cleope basilissa o imperatrice di Bisanzio, sua sorella formale – entrambi erano stati adottati da Carlo I capo della casa Malatesta -, e tanto bastava per non svalutare il titolo di Signore e di Vicario della sua casa.

1.6. IL MODUS OPERANDI NELLA PRESA DEL POTERE

A quella di Rimini segue la presa del potere nelle vicine città della Romagna, da Cesena, che sarà una seconda capitale, a Bertinoro e Sarsina, più tardi a Cervia, ma non oltre. Nelle vicine Marche, nella prima metà del ‘300 vengono assoggettate Pesaro, altra capitale malatestiana, e Fano, città che sarà sede della corte signorile di Pandolfo IV, e Fossombrone, Senigallia, Pergola, per pochissimo tempo anche Ancona e Ascoli e numerosi castelli.

Il modus operandi di queste prese del potere è collaudato: dapprima uno dei Malatesta si fa capo nella città presa di mira del partito della Chiesa, ossia del partito guelfo, col momentaneo favore dei pontefici e degli ordini religiosi, i Francescani, i Domenicani, gli Agostiniani. Si impadronisce così legalmente del potere esecutivo, la podesteria della città, facendosi rinnovare la nomina di anno in anno e poi mettendo gente sua nella carica. Conquista o acquista il maggiore castello del territorio, per il controllo del contado. Nessuno più riesce ad allontanarlo dall’esecutivo e spesso i notabili cittadini più forti, potenziali nemici o figure pericolose, sono fisicamente eliminati. Ma i Malatesta in genere governano ‘bene’, favorendo un equilibrio degli interessi tra le lobbies locali e i ceti popolari, si meritano le simpatie dei sudditi.

I Pontefici favoriscono inizialmente questi successi, per l’eliminazione dei nemici dichiarati, i Ghibellini fedeli agli imperatori tedeschi; quasi subito però non accettano la formazione di forti Signorie. Ma per quasi tutto il Trecento i Pontefici sono lontani, stanno ad Avignone. Fin dall’inizio della “cattività avignonese” però cercano di sminuire i nuovi Signori e fanno due tentativi importanti per ridurre o contenere il potere delle Signorie guelfe e delle città ancora autonome dello stato della Chiesa. Il primo tentativo -1319-1334- del cardinale Bertrando del Poggetto, dai modi duri e spicci, finisce con un fallimento. Il secondo -1353-1357- del cardinale Egidio Albornoz, dai modi oculati e possibilisti, invece ha successo. Il numero delle città e dei castelli soggetti ai Malatesta viene ridotto, ma lo conservano su due città romagnole, Rimini e Cesena, e su due marchigiane, Pesaro e Fano col titolo di Vicari pontifici.

Tuttavia l’espansione della casa riprende al momento dello Scisma di Occidente -1378-1417- ossia della crisi politica e spirituale più grave del papato medievale.

1.7. LA POLITICA E L’ECONOMIA DELLA GUERRA

Generazione dopo generazione, i Malatesta sono conduttori di truppe, sanno come si organizza un esercito e come lo si comanda in battaglia o per un assedio, e per questi fini sfruttano le strutture burocratiche economiche e umane della Signoria e delle città soggette. La condotta da parte di una, o più di una, delle cinque maggiori potenze italiane – la Chiesa, Milano, Venezia, Firenze, Napoli – che si alleano e si combattono per il predominio in Italia, porta discrete quantità d’oro nelle città della Signoria malatestiana. Banchieri cristiani ed ebrei, mercanti ed artigiani, speculano, prestano, trafficano e producono quanto occorre per il Signore e le sue truppe. I giovani contadini, sani, robusti e certamente toccati, vengono reclutati come mercenari. Nei due secoli del dominio malatestiano Rimini e le altre città si ingrandiscono, allargano le cinte murarie, e si riempiono di palazzi e chiese monumentali.

Nel ‘300 a Santarcangelo c’è una fonderia per fabbricare i cannoni a spranga; e forse si sta studiando la messa in coltura delle prime miniere di zolfo nella valle del Marecchia per la produzione della polvere nera. Ad una sorta di società per azioni delle condotte di guerra partecipano per quote i sudditi nobili e alto borghesi, e le potenze minori, laiche ed ecclesiastiche, che hanno interessi e castelli nei territori malatestiani.9

La Signoria malatestiana è nata in tempi di declinante autonomia comunale, per sostenere gli interessi della Chiesa, sovrana nominale di Rimini, e del partito guelfo; ma non solo, sono decisivi anche gli interessi della stessa città, quell’espansione militare ed economica che il Comune non era riuscito ad ottenere , e il perseguimento delle fortune della casa stessa. I Malatesta conquistano e assoggettano, per cominciare, la via della valle del fiume Marecchia, il fiume di Rimini che porta alla valle del Tevere, il cui controllo è necessario per il commercio riminese.

Poi ben presto la Chiesa, punta sulla trasformazione delle Signorie in Vicariati. Questi titoli di sovranità limitata sono concessi o ritolti dai Pontefici, per motivi di momentanea potenza e impotenza centrale politica, ma dietro pagamento di annuali somme di denaro pattuite in genere tutt’altro che tenui. I Signori Malatesta, non subito, accettano i titoli di Vicari, ma continuano a comportarsi come sovrani autonomi, per un paio di secoli in tutto, fino a quando i papi, che di nuovo risiedono stabilmente a Roma, divenuti potenti, riusciranno ad ottenere il dominio effettivo sulle città e terre della Chiesa eliminando le Signorie e i Vicariati. Nel 1463 accanitamente in lotta con Pio II Piccolomini, sconfitto Sigismondo Pandolfo Malatesta perde tutto lo stato salvo la sola città di Rimini senza il suo territorio. Ma questa ‘disfazione’ dello stato malatestiano è un errore politico: con la distruzione dello stato malatestiano si è creato un vuoto di potenza in Romagna. Da sempre oggetto delle cupidigie viscontee, fiorentine e veneziane, di cui approfitta Venezia, che in Romagna possiede già Ravenna, e subito si prende la città malatestiana di Cervia con le sue redditizie saline e poi Faenza.

Nel 1500 Cesare Borgia duca di Romagna caccia da Rimini Pandolfo IV, nipote di Sigismondo Pandolfo; al ritorno nel 1503, dopo la morte di Alessandro VI, Pandolfo IV vende a Venezia Rimini e i pochi territori riacquistati da padre Roberto. Pandolfo IV farà ancora due tentativi per tornare a Rimini ma i Riminesi e il governo centrale romano li frustrano per sempre.

1.8. L’ESPANSIONE LOMBARDA E I RAPPORTI CON LE ALTRE SIGNORIE

Amici e condottieri dei potenti italiani, soprattutto di Firenze e Venezia, i Malatesta riescono ad imporsi persino a Milano, sfruttando i momenti deboli del trapasso di potere alla morte del duca Gian Galeazzo Visconti nel1402; ma per pochissimo tempo, come tutori di Giovanni Maria Visconti fino alla ripresa viscontea con Filippo Maria Visconti. Pandolfo III, vantando debiti di condotta non saldati e col favore della duchessa madre Caterina Visconti, sarà Signore di Brescia e Bergamo e di altre città e terre già viscontee dal 1401 al 1421. La presenza della sua corte a Brescia apre per la città un periodo di splendore culturale.

Con gli Sforza, i Malatesta subiranno la perdita di Pesaro in favore di Alessandro fratello del futuro duca Francesco -1445-. Ma la contrazione dello stato malatestiano, che grosso modo aveva occupato metà della Romagna orientale – Cesena, Cervia, Sarsina, Bertinoro – e quasi tutta la regione feretrana – San Leo, Pennabilli, Casteldelci, Santagata Feltria , Sassocorvaro, Pietrarubbia -, e la parte settentrionale della marca anconetana, esclusa la città di Urbino e Cagli – Pesaro, Fano, Senigallia, Fossombrone, Pergola, la Massa Trabaria – con numerose terre e castelli – e per un certo tempo con Borgo San Sepolcro, la testa di ponte nella valle del Tevere vicina allo spartiacque del Marecchia, era già cominciata nella successione di Carlo I Malatesta.

Meno intensi, ma alla fine decisivi, sono i rapporti col Regno di Napoli angioino e aragonese e con le potenze europee interessate al suo controllo. I Malatesta sono per tradizione guelfa e fiorentina del partito angioino contro quello aragonese, in un momento in cui la Francia non si è ancora impegnata seriamente nella penisola. Sigismondo Pandolfo si era alleato contro Pio II e gli Aragona con i baroni napoletani filoangioini e con Roberto e Giovanni d’Angiò, gli sfortunati pretendenti al trono di Napoli.

Quasi sempre burrascose appaiono le relazioni coi vicini Signori del Montefeltro e dello stato di Urbino, i Montefeltro Conti di Urbino, che nella seconda metà del Quattrocento riusciranno a vincere la secolare contesa sulle terre, le città e i castelli della valle del Marecchia e sui castelli e le città delle Marche.

Buoni furono quasi sempre i legami coi da Polenta, Signori di Ravenna e Cervia, alleati e parenti, con gli Alidosi Signori di Imola, con i Manfredi Signori di Faenza, con gli Este più volte imparentati Marchesi poi Duchi di Ferrara, Modena e Reggio, con i Gonzaga Marchesi poi Duchi di Mantova più volte imparentati, con i da Varano Signori poi Duchi di Camerino, con i Bentivoglio Signori di Bologna. Meno buoni i rapporti con gli Ordelaffi signori di Forlì, di parte ghibellina, anche loro parenti. Con tutte queste famiglie, anche con i Montefeltro e gli Ordelaffi, i Malatesta si sono imparentati almeno una volta. Alcuni di questi legami parentali erano importanti per la sopravvivenza, come quelli con gli Este che avevano città imperiali come Modena e Reggio, e con i Gonzaga sudditi imperiali. Ma la dinastia riminese con gli ultimi tre dinasti, signori nati bastardi poi legittimati, riempì la corte di parenti materni famelici e incapaci.

1.9. GLI UNDICI MALATESTA DOMINI DI RIMINI E DI ALTRE CITTA’

I Signori di Rimini e capi della casa Malatesta sono: Malatesta da Verucchio (1212-1312), fondatore della Signoria; secondo Malatestino (?-1317), terzo Pandolfo I ( ?-1326), quarto Ferrantino (?- signore fino al 1334 morto nel 1353).

Seguono le sanguinose lotte intrafamiliari per la supremazia e il potere sulla casa e sulle città e i castelli che terminano con la sconfitta delle famiglie discendenti da Giovanni, Paolo, Malatestino e Ferrantino; quest’ultima venne sterminata. Al governo di Rimini e delle città assoggettate rimangono i discendenti di Pandolfo I, Malatesta Guastafamiglia (?-1364) e Galeotto (?-1385), quinto e sesto Signore di Rimini.

I discendenti di Malatesta Guastafamiglia si stabiliscono a Pesaro. La famiglia però rimane unita fino al tempo dei figli di Malatesta dei Sonetti – figlio di Pandolfo II e nipote di Malatesta Guastafamiglia – che sono Galeazzo, che ha sposato Battista da Montefeltro, Carlo II, che ha sposato Vittoria Colonna, e Pandolfo arcivescovo di Patrasso. La signoria pesarese si distaccò da quella riminese al tempo della successione di Carlo I a Rimini.

Galeotto di Pandolfo I, quinto Signore di Rimini col fratello Guastafamiglia e sesto da solo, ha la fama di buon condottiero e viene ingaggiato, tra gli altri, dalla regina Giovanna I di Napoli.

I figli di Galeotto si dividono la Signoria di Rimini con le altre città. Carlo I (1368-1429) ha Rimini, ed è il settimo Signore; Andrea (1373-1417) col nome Malatesta governa Cesena; e Pandolfo III (1370-1427) Fano. Pandolfo, come abbiamo visto, per un certo tempo sarà Signore delle città viscontee Brescia, Bergamo, Como, Lecco.

Carlo I è il personaggio più illustre della famiglia e anche il Signore più potente, malgrado sia stato spesso uno sfortunato condottiero in battaglia. Certamente era troppo vecchio e la sua strategia militare obsoleta quando si scontrò per l’ultima volta con Braccio Fortebraccio da Montone per la supremazia su Perugia nel 1417. Governatore del ducato di Milano per il giovane Giovanni Maria Visconti, gli fa sposare la nipote Antonia, figlia di Malatesta di Cesena -1406-. Ospita e protegge a Rimini il papa romano Gregorio XII e ne porta la rinuncia al papato al Concilio di Costanza -1415-.

Come familiari di papa uscito dal conclave di Costanza, Martino IV Colonna, i Malatesta di Pesaro e di Rimini – Carlo è il capo della casa – ottengono parentele imperiali. Cleofe o Cleope figlia di Malatesta dei Sonetti Signore di Pesaro e Fossombrone, vien fatta sposare a Teodoro Despota di Morea, figlio dell’imperatore Manuele II Paleologo, col titolo di basilissa.10 Il fratello di Cleofe Pandolfo è nominato arcivescovo di Patrasso, città greca che verrà conquistata quasi subito dai suoi cognati imperiali.

La corte dei Malatesta in questi anni gareggia con le corti ducali europee. Pandolfo III, perde le sue città lombarde, ma non la sua fama di condottiero. E’ anche un ottimo virtuoso, si dice, di arpa, imparata da un suo capitano, Michele da Venezia. Assume nella sua cappella musicale, o comunque si serve dell’allora famoso compositore Guillaume Du Fay. 11

Carlo si preoccupa anche di creare una leggenda bianca della famiglia. Un umanista anonimo e fantasioso, scrive per sua committenza la Regalis Historia per affermare la discendenza dei Malatesta da Noè, dagli Scipioni antichi romani e dall’imperatore Ottone. Questa leggenda influenzerà l’araldica tarda della famiglia; tra l’altro lo scudo delle bande a scacchi viene spacciato come conquista bellica al modo del Biscione dei Visconti.

Ma Carlo, che ha sposato una Gonzaga, non ha figli, e nemmeno Andrea e Pandolfo III hanno figli legittimi viventi. Pandolfo III per fortuna ha tre bastardi: Galeotto Roberto (1411-1431) – il futuro Beato -, ottavo Signore; Sigismondo Pandolfo (1417-1468), nono Signore, e Domenico (1418-1465), che col nome Malatesta Novello sarà il secondo Malatesta Signore di Cesena.

Martino V, il papa unitario uscito dal Concilio di Costanza (1417), della famiglia Colonna, imparentata coi Malatesta di Pesaro, come s’è visto, per legittimare i bastardi di Pandolfo nel 1428, vuole in cambio diverse città comprese Borgo San Sepolcro, Cervia con le secolari saline – che però verrà subito ripresa e riconosciuta in Vicariato da papa Eugenio IV -.

Inizia la parabola discendente. Con Sigismondo Pandolfo, bravo guerriero ma politico avventuroso e sfortunato, per di più ‘troppo’ interessato alle lettere e alle arti – avrebbe dovuto investire le sue limitate risorse soprattutto in armi e soldati, gli rimproverava il suo cronista guerriero Gaspare Broglio da Lavello -. Per nostra fortuna, ovviamente, la politica culturale di Sigismondo Pandolfo, se ha sottratto risorse alla guerra e affrettato la rovina della casa, ci ha trasmesso dei beni culturali di prima grandezza: Castel Sismondo, architettura ossidionale sorta su progetti di Filippo Brunelleschi e il Tempio Malatestiano disegnato nell’esterno da Leon Battista Alberti, per non parlare della nutrita committenza letteraria e musicale o dei monumenti nelle altre città della Signoria, compresa la ricostruzione della città di Senigallia. 12Sigismondo Pandolfo fu il più grande dei committenti di opere letterarie e d’arte della sua famiglia e casa. Preso nel mezzo di un conflitto tra Aragona e Angioini per il Regno di Napoli, fa scelte di alleanze sfortunate che gli costeranno quasi tutto lo stato.

La Signoria dei Malatesta alla fine degli anni ’50 e all’inizio degli anni ’60 del ‘400, rischia di essere completamente disfatta ad opera del papa senese Pio II Piccolomini nemico personale del Signore. Per intercessione delle potenze italiane e dello stesso Federico da Montefeltro, a Sigismondo Pandolfo, sconfitto dopo l’ultima vittoria di Nidastore, viene lasciata la sola Rimini con poco territorio intorno, il resto dei suoi stati finisce nelle mani di Federico da Montefeltro e dei capitani che hanno servito il papa nella sua ‘disfatione’.

E’ un bastardo legittimato anche l’ultimo dei grandi guerrieri Malatesta, Roberto il Magnifico (1442-1482) figlio di Sigismondo Pandolfo e di Vannetta dei Foschi di Fano. Come Federico da Montefeltro e come i sultani ottomani elimina i fratelli concorrenti, diventa il decimo Signore di Rimini e tende a riconquistare le città e le terre perdute. Educato alla guerra nella scuola del padre, serve come capitano il pontefice Sisto V vincendo una battaglia decisiva contro il Re di Napoli Ferrante d’Aragona, ma subito dopo la malaria o il veleno lo tolgono di mezzo.

Suo figlio Pandolfo IV (1475-1525), detto Pandolfaccio, un bastardo legittimato di Roberto e della sua “dama” ravennate Elisabetta Aldobrandini, che dicevano fosse la donna più bella d’Italia, undicesimo Signore, non si distingue nella guerra e in nient’altro. I parenti dei bastardi, avidi e senza relazioni e tradizioni, invadono la corte con intenzioni parassitarie. Nei primi del ‘500 Cesare Borgia caccia Pandolfaccio da Rimini.

Quando il Valentino cade, l’ultimo Malatesta torna a Rimini, ma quasi subito vende la città ai Veneziani.

Dopo la restituzione veneziana di Rimini al pontefice Giulio II, Pandolfaccio e suo figlio Sigismondo occupano Rimini un paio di volte, nel 1522 alla morte di Leone X e nel 1528, approfittando delle difficoltà di Clemente VII, sempre bene accolti dalle classi popolari ma ormai del tutto invisi alla nobiltà, sono entrambe le volte cacciati dalle truppe pontificie.

2.0. IL “TRIONFO DI GUERRA” DI CESENA

Nella Biblioteca Malatestiana di Cesena è conservato il più bel monumento araldico dei Malatesta, un “Trionfo di guerra”, come l’ha chiamato Augusto Campana, formato da un rilievo con due stemmi, un San Giorgio che trafigge il drago e una lastra con una scrittura minuscola gotica in rilievo. Ai lati dei rilievi pendono due catene di ponte levatoio provenienti, come dice la preziosa iscrizione, da Porta Vercellina, una delle sei porte di Milano.

Questo monumento araldico è importante anzitutto per impostare su nuove basi lo studio dell’araldica in generale e per radicarla nel filone degli studi dell’arte romanica. L’araldica infatti è nata in ambiente estetico romanico ed è una manifestazione romanica fondamentale, con capacità di informare anche le fasi successive degli stili fino alla fine dell’antico regime. In questa ricerca cercherò di attestare almeno due strutture estetiche romaniche, qui di seguito la compositio, la struttura formale dello spazio totale compositivo del Romanico, simmetrica speculare, cosmica e antropomorfa. Altra caratteristica formale romanica araldica è il doppio linguaggio naturale e astratto della figuratività araldica – vedi sotto –

Dopo un inizio araldico poco appariscente, ma, come si è anticipato, non nell’araldica di campo, necessaria per condurre le truppe in battaglia con un minimo di divise riconoscibili, sono Carlo I, Andrea o Malatesta il vecchio di Cesena e Pandolfo III a cominciare alla grande l’esibizione araldica della famiglia. Affermata una favolosa discendenza dai romani Scipioni – forse su suggerimento di Francesco Petrarca amico di Pandolfo II, in particolare di Scipione l’Africano vincitore del cartaginese Annibale e dei suoi eserciti, che si serviva di elefanti armati, i Malatesta inventano i cimieri dell’elefante con le corone regie. L’elefante venne considerato l’animale totemico della famiglia insieme alla rosa quadripetala.

Come vedremo, una vera esplosione araldica si avrà nei monumenti di Sigismondo Pandolfo.

2.1.“ UN VERO MONUMENTO SCRITTORIO”

L’iscrizione metrica dell’epigrafe cesenate in lettere gotiche rilevate di otto esametri recita:

has mediolani rapuit mavortius heros / cum totam obtinuit depulsis hostibus urbem / perfidie que duces domuit cum vindice dextra / has idem malatesta tibi malatesta proles / vercillina suo tenuit quas ianua ponti / dedicat eterni miles sanctissime regis / bellorum que potens pendentes ere catenas / campanam que simul celebris monimenta triumphi.

[queste (catene del ponte levatoio della porta vercellina che sono appese ai lati del trofeo) rapì a Milano un eroe marzio, quando ottenne tutta la città, avendone cacciato i nemici, e che domò i condottieri della perfidia colla destra vendicatrice. Queste (catene) lo stesso Malatesta generato dalla stirpe malatestiana a te (San Giorgio) , (catene che) la porta Vercellina tenne nel suo ponte, dedica dell’eterno re soldato santissimo e potente in guerra, le catene di bronzo pendenti ed insieme la campana, monumenti del celebre trionfo.

La campana è scomparsa.13

2.2. PROBLEMI DI CRONOLOGIA DEL TROFEO

“Il problema storico è praticamente insolubile”, diceva Augusto Campana. Ma per circoscrivere la cronologia si potrebbe pensare al periodo dopo la morte di Gian Galeazzo Visconti -1402 -, e dopo la militanza bellica pontificia dei tre fratelli Malatesta fino alla restituzione di Bologna al pontefice -1404 -, quando la reggenza con la duchessa vedova inclinava verso il partito guelfo, mentre il giovane e incapace duca Giovanni Maria favoriva il partito ghibellino e i Visconti, legittimi e bastardi, eredi di Bernabò Visconti. L’uno e l’altro partito presero il potere alternativamente, occupando porta Vercellina, fortificata come una rocca, nei combattimenti in città. Si tratta forse del momento nel quale, rovesciato il governo ghibellino, Carlo Malatesta ridiventa Governatore di Milano – 1408 ? – Allude ad un’impresa contro i Ghibellini arroccati nella porta Vercellina compiuta da Andrea o Malatesta di Cesena?

Le due lapidi e le catene conservate nella Biblioteca Malatestiana di Cesena provengono da Castel San Giorgio, presso Cesena. Il castello era al centro di una grande tenuta, formata da Andrea nel 1402 con il castello. Ma la torre portaia sulla quale erano murate le epigrafi venne costruita nel 1420, quattro anni dopo la morte di Andrea Malatesta.14

Le attribuzioni del bel San Giorgio, che si appoggiano sulla più recente o più tarda data – nel qual caso si tratterebbe di una memoria -, vanno da Ottaviano di Duccio, a Nanni di Banco, a Jacopo della Quercia. Pier Giorgio Pasini ha proposto Nanni di Bartolo detto il Rosso, scultore fiorentino, autore del capitello col Giudizio di Salomone nel palazzo ducale di Venezia (post 1424) e a Tolentino del portale della Basilica di San Nicola, commissionatogli nel 1432 dal condottiero Nicolò Mauruzi da Tolentino, già stato allievo di guerra di Pandolfo III.15

2.3. GLI STEMMI “IN MAESTA’”

A noi interessa individuare le ‘armi’ e riflettere su una caratteristica stilistica araldica dei due stemmi contrapposti o “in maestà” che sono disposti come le mani del corpo in posizione invertita.

Lo stemma è l’inquartato più usato dei Malatesta, con le due armi della casa che si trovano anche solitarie.

Leggiamo quello alla nostra destra: 1 e 4, lo scudo d’argento alle tre bande scaccate di tre file rosse e oro. Il tutto brisato o bordato dalla “sega” a triangoli neri e oro, che ha tutta l’aria di essere una concessione imperiale. In 2 e 3, lo stemma parlante delle tre ‘male’ teste: di verde alle tre teste di moro ricce, o cristiane d’oro – più raramente color carne -. Il tutto bordato nei quarti e nello scudo intero. Più sotto indagheremo sull’origine di questi due stemmi.

I cimieri sono a sinistra un leopardo alato nascente da una corona regia, e a destra un elefante alato nascente da una corona regia.

Il cimiero del leopardo potrebbe essere una concessione dei Visconti, non, come è stato detto, l’arma della duchessa Antonia Malatesta sposata con Giovanni Maria Visconti.16 Difficile da datare: potrebbe essere stato concesso da Gian Galeazzo quando Andrea Malatesta entrò al suo servizio, oppure dal giovane Giovanni Maria, magari anche in occasione della contratta parentela.

Il cimiero di Andrea Malatesta appare in uno stemma su un muro delle scale della Biblioteca Malatestiana di Cesena e nello stemma alla destra di chi guarda il trofeo: è un elefante alato che nasce da una corona regia. Conosciamo anche i cimieri dei fratelli: quello di Carlo è un elefante nero che nasce da un cercine sull’elmo con attorcigliati i tre colori guelfi della casa – bianco, rosso e verde, simbolicamente la Fede, La Carità e la Speranza, colori anche dei Gonzaga e degli Este – che ha sul capo una corona regia. Il cimiero di Pandolfo III, ereditato poi da Sigismondo Pandolfo, è un elefante nero che nasce da una corona regia d’oro con una cresta di drago.

A proposito della corona – a tre fiori grandi alternati da due piccoli – non si cada nell’errore di considerarla una corona marchionale, o di nobiltà generica come viene descritta e catalogata nei trattati di araldica del ‘600 e del ‘700. Si guardi alle corone dell’incoronazioni della Vergine del ‘300 riminese e italiano, sono di solito formate da tre fiori grandi più due piccoli intercalati su una fascia gemmata, come queste dei Malatesta.

3.0. LA METAFORA ARALDICA DEL CORPO UMANO SIMMETRICO SPECULARE

Adesso fate caso allo stemma alla vostra sinistra, gli scudi con le fasce oblique a scacchi non presentano delle bande ma delle sbarre. E nello stemma parlante le due teste superiori già di per sé simmetriche, non variano, ma varia la direzione del profilo della testa inferiore, rovesciata rispetto all’altra. Si tratta di un rovesciamento speculare complessivo dell’arme corretta che è alla nostra destra, che forse avrà anche spiegazioni nelle leggi del blasone, che io al momento ignoro.

L’inversione dello stemma alla nostra sinistra ha una spiegazione stilistica riconoscibile. L’araldica, che nasce tra i secoli XII e XIII è un fenomeno formalmente appartenente al periodo romanico. Non mi risulta che ci siano studi in proposito. Ce ne saranno, la letteratura è sterminata e di sicuro non è possibile conoscerla tutta.

La diffusione veloce dell’araldica dai centri nord europei in tutta Europa, fenomeno che ha del miracoloso, si spiega anche per la comunità del supporto stilistico romanico e della sua diffusione altrettanto veloce.

Un principio classico spesso adottato dagli artisti romanici, ma non solo romanici – come vedremo perdura nei secoli seguenti -, è quello del modello spaziale cosmo-antropomorfo che prescrive nella composizione frontale o “in maestà” una simmetria speculare come nel corpo umano o in quello celeste geometrico e antropomorfo di quei tempi. Gli stemmi in maestà sono come le mani nel corpo umano uguali e una appare come il riflesso speculare dell’altra – lo stesso vale per i piedi – così una composizione bilanciata specularmente prevede che un dettaglio, opposto rispetto all’asse centrale, alla nostra destra appaia rovesciato lla nostra sinistra. Il fenomeno stilistico si nota nelle Madonne in maestà romaniche. Nella icona della Vergine di Coppo di Marcovaldo, nel museo dell’Opera del Duomo di Orvieto, i due angeli in alto sono stati dipinti con lo stesso cartone, prima usato per l’angelo alla nostra destra e poi rovesciato per l’angelo alla nostra sinistra, o viceversa. Anche la Madonna di Cimabue – forse proveniente da Rimini – nella chiesa dei Servi di Bologna, con la Vergine seduta in trono in “veduta d’angolo” esibisce in alto due angeli simmetrici che ristabiliscono metonimicamente – parte per il tutto – l’unità simmetrica speculare. Lo stesso espediente formale troviamo in molte madonne del ‘200 -. Lo stesso Giotto rinnova il locus spaziale formale cosmico antropomorfo, malgrado o forse anche consonante con la sua veduta prospettica nuova, con gli angeli della Madonna di Ognissanti, conservata negli Uffizi e con due serventi nella tavoletta della Pentecoste, oggi nella National Gallery di Londra , per non parlare degli angeli tenenti i lembi del padiglione della Madonna di Monterchi di Piero della Francesca.

Esempi araldici di queste composizioni speculari non mancano. Delle quattro B greche accantonate nell’arma dell’imperatore greco di Bisanzio – grosso modo significanti le lettere dell’espressione greca: Re dei Re, Regnante dei Regnanti: cioè le B greche di Basileo dei Basilei ecc., solo le due a destra di chi guarda sono regolari, le altre due, a sinistra, sono rovesciate.

I due stemmi del condottiero Niccolò Mauruzi da Tolentino, nei pennacchi del portale della Basilica di S. Nicola da Tolentino, mostrano alla nostra sinistra un leone che tiene una spada rivolto verso destra, alla nostra destra lo stesso leone si volge con la spada a rivolta alla nostra sinistra; si è “girato”.

In ambiente visconteo, la “parlera” del palazzo comunale antico di Milano presenta due stemmi del Biscione ai lati di un’Aquila che ghermisce un bue (?). Lo stemma alla destra di chi guarda ha il Biscione rivolto alla nostra sinistra, quello alla nostra sinistra guarda a destra. Ci sono molti esempi miniati con scudi affiancati in simmetria speculare ma anche non speculare.

In ambito malatestiano, si vedano gli stemmi della tomba di Sigismondo Pandolfo nel Tempio Malatestiano, i due scudi non sono uguali, quello alla nostra sinistra presenta le barre scaccate in inversione speculare delle bande, quello a destra…è uno scudo con la SI – evidentemente reso equivalente ad uno scudo delle bande -.

Comunque le sbarre al posto delle bande negli stemmi malatestiani non sono poi tanto rare, ma in genere in esemplari di scarso valore e anche di epoca tarda, fanno pensare a errori degli artigiani o artisti che li hanno formati.

Quando si metteva uno stemma in maestà lo si raddoppiava specularmente per assimilarlo alla struttura dell’universo e dargli per metonimia – la parte per il tutto – un valore oltre il quotidiano.

3.1. UNA “COMPOSITIO” O SCHEMA SPAZIALE GENERALE ROMANICO

Sono convinto che l’inversione degli stemmi in maestà sia un fenomeno formale di compositio, di organizzazione generale dello spazio rappresentato in una composizione, per dare alla raffigurazione un valore di microcosmo. Il macrocosmo è l’universo, ma un universo pensato e ‘visto’ in forma antropomorfa speculare, come quello che appare nell’homo ad circulum et ad quadratum di Vitruvio.

Questo intervento stilistico si nota anche in letteratura, nel “quinci e quindi” delle descrizioni poetiche, e in Dante, là dove descrive la “bufera infernal che mai non resta”, dopo averla descritta con le due immagini delle gru e degli storni, la inquadra nel verso antropomorfo: “di qua, di là, di su, di giù li mena”.

Infine Jacques Lacan, in una sua digressione sulla pittura, che ahimè mi sfugge, afferma persino l’antropomorfismo di un quadro astratto, che, scrive, non si può appendere capovolto.

Mi spingo più in là, la forma antropomorfa del vedere è lo spazio della nostra visione oculare sensibile empirica, in alto, la testa, in basso, i piedi, a sinistra e a destra; la nostra visione oculare in realtà è duplice, ma noi la semplifichiamo in veduta monocula non solo nella prospettiva rinascimentale ma anche nella struttura di veduta precedente. Ci sono anche altri fenomeni artistici imparentati con questa visione formale legata al corpo, alla destra e alla sinistra e al loro impiego nella lettura spaziale.

Giorgio Vasari nella vita di Michelangelo, descrivendo la volta della sala della Cappella Sistina, nota la figura di Dio Padre nella creazione degli astri, che vola di spalle con le gambe piegate; per chi lo guarda andando verso l’altare vola dalla destra alla sinistra del riguardante, ma tornando indietro verso la porta la figura vola dalla sinistra alla destra del riguardante; c’è un rovesciamento dinamico della direzione spaziale come nel rovesciamento statico araldico:

“…Il medesimo fece [Michelangelo] nella medesima storia quando benedetto la terra e fatto gli animali, volando si vede in quella volta una figura che scorta [Dio], e dove tu camini per la cappella, continuo gira e si volta per ogni lato…”

UN’ALTRA CARATTERISTICA DELL’IMMAGINARIO E DEL SIMBOLICO ESTETICO ROMANICO: L’EQUIVALENZA DI FIGURATIVO E ASTRATTO

Un’altra caratteristica stilistica romanica presente nell’araldica riguarda la compresenza di una visione estetica generale e di tipo mimetico o figurativo con una di tipo astratto e cubista, per usare i termini delle avanguardie del ‘900.

Malgrado si pensi comunemente che l’arte astratta sia nata da un’opera del 1910 di Vassilij Kandinsky artista dell’avanguardia artistica parigina del primo ‘900, l’astrazione ha una base biologica e la si può trovare anche giustificata in un frammento della Poetica di Aristotele.

La base biologica, o forse meglio psicosomatica dell’astrazione, è rappresentata dai fenomeni preonirici che vengono definiti “allucinazioni ipnagogiche” e “allucinazioni psicopompe” . Sono rispettivamente le immagini che vediamo sull’addormentarci che precedono il sogno vero e proprio, oppure prima del risveglio e dopo i sogni.

Sono immagini a volte ‘realistiche’ a volte ‘astratte’ e anche miste. Da sempre il sognatore ha avuto sotto gli occhi della mente immagini sia astratte che realistiche. Come le ha usate nell’ambito artistico nei millenni dell’esperienza artistica sarà oggetto di ricerca. Mi viene in mente un’operetta di Ranuccio Bianchi Bandinelli Organicità e astrazione del 1956 sostanzialmente ma ambiguamente scritta per sostenere il realismo comunista sovietico e quello togliattiano italiano, e persino longhiano, ma nella scelta degli esempi, le monete celtiche modellate inizialmente su originali greci, che poco alla volta rendevano irriconoscibile l’organicità greca passando all’ astrazione celtica, mandava un messaggio di concreto relativismo culturale, in tempi in cui la contrapposizione realismo e astrazione poteva provocare anche della violenza.

Nemmeno nel cuore della teorica organica estetica greca l’astrazione era assente.

Aristotele nel capitolo 4 della Poetica nel definire l’essenziale dell’esperienza artistica realistica, basata sulla mimesi, ossia sull’imitazione della realtà fenomenica, distingue le tre istanze necessarie per realizzare e capire l’opera estetica ben fatta, il buon lavoro che produce il piacere sensibile ed estetico: l’oggetto di imitazione, la tecnica di riproduzione e l’opera con l’imitazione ben fatta. Ma quando l’oggetto di imitazione è un personaggio non nei paraggi o non più esistente, un uomo o una donna morti, come possiamo direttamente renderci conto che il ritratto somiglia al ritrattato? Dobbiamo allora rinunciare al giudizio e al piacere? No, afferma Aristotele, perché in questo caso ci godremo e non giudicheremo l’opera in base alla mimesi ma per motivi puramente artistici:

“…se poi capita che [la persona ritratta] non sia stata vista prima, non sarà in quanto cosa imitata che [il dipinto] procura piacere ma per l’esecuzione, per il colore o per un altro motivo di questo genere.” Aristotele La Poetica on line.

Possiamo quindi considerare il realismo e l’astrazione come presenze costanti fuori dal tempo concreto di un’epoca storica, e nell’età greca entrambe rilevate e teorizzate e a volte praticate – le pietre sacre aniconiche di Cibele -. Nell’arte Romanica e nell’araldica sono state entrambe rese concrete per necessità di semplificazione di segni e simboli, nell’epoca che consideriamo, in battaglia o come segni di possesso e di memoria.

Le figura semplici delle armi: le linee, i “pezzi onorevoli”, le “partizioni onorevoli”, le “pezze araldiche”, i colori stesi in modo uniforme e i metalli e altro sono vivi nell’araldica duecentesca come le pure geometrie e stesure nello stile di Mondrian. Uno studioso di araldica francese – ho dimenticato il suo nome, mi farà piacere se qualche studioso fa in tempo a segnalarmelo – sostiene che i pezzi dipinti a scacchi significano muri di città, di castelli e di torri. Sembra un’affermazione sensata, fa venire in mente la raffigurazione a scacchi della torre di Babele nel pavimento della cattedrale di Otranto del XII secolo. E’ anche il caso della scacchiera malatestiana presente nelle tre bande dello stemma più antico, e diffusa nei primi stendardi e in certe decorazioni architettoniche – il portale ogivale della tumba di Poggio Berni -. In un boccale dei primi del ‘300 conservato nel museo di Rimini si vede un pendio di monte a banda – cioè una linea obliqua che parte dall’alto a sinistra di chi guarda e scende in basso a destra di chi guarda con sopra tre torri. A mio avviso si tratta dello stemma astratto delle tre bande a scacchi nella sua versione al naturale, mimetica.

L’altro stemma dei Malatesta, lo stemma delle tre malae teste, o stemma parlante, appare verso la fine del ‘300 ma ha un precedente nei due sigilli di Malatesta da Verucchio – uno nel museo medievale di Bologna e uno che era a Verucchio scomparso -, con una testa di profilo che ha una crocetta all’altezza dell’occhio – come in una moneta di Scipione Africano che ha una stella all’altezza dell’occhio, mentre sotto la testa vi è un cuscino che poi si troverà nei primi cimieri dei dinasti.

4.0. LA PORTA MAGNA DEL PALAZZO DEL PODESTA’ DI RIMINI

Se escludiamo i due sigilli di Malatesta da Verucchio con la testa di profilo, di cui ci si occuperà più sotto, gli esemplari più antichi di araldica malatestiana con lo stemma delle bande sono scolpiti nei capitelli di imposta dell’arco gotico chiamato porta magna del palazzo del podestà di Rimini, costruito nel primo decennio del ‘300, prolungando l’edificio comunale dell’Arengo che è datato 1204.

L’opera di un mediocre scalpellino è assai modesta e di gusto popolare arcaico se non infantile. Nel capitello o mensola alla sinistra di chi guarda troviamo in alto quattro pendenti di un lambello angioino – una sorta di corona rovesciata o di collare a pendagli che in alto sul campo azzurro seminato di gigli d’oro dello scudo dei re di Francia che distingueva lo scudo della famiglia di Carlo fratello del re Luigi IX il Santo -, tra i quali campeggiano tre misteriose figure circolari, fiori o stelle a sei petali o raggi di forma arcaica, prearaldica. Tra queste figure ci sono due gigli angioini. Nella parte breve del capitello ci sono altri due gigli angioini. Anche i capitelli di calcare del duecentesco palazzo dell’Arengo vennero decorati negli stessi anni della porta magna, scavando in modo sommario, da simili emblemi angioini, i gigli, con fiori o stelle di sei o otto petali e anche con scene di aggressione ferina alludenti al soccombere del partito ghibellino.I capitelli istoriati del portale sono il monumento araldico malatestiano più antico rimastoci e per la minima cura figurativa sembra suggerire che in un paese di seconda espansione dell’araldica, come afferma dell’Italia Michel Pastoureau, i Malatesta abbiano trascurato a lungo la nuova irresistibile moda. Ma questa affermazione è in parte contraddetta dalla cura per le bandiere e per i sigilli.

Il primo capitello manifesta l’ubbidienza guelfa della città e della famiglia al potere guelfo angioino e pontificio. Il lambello e i gigli evocano gli Angiò, i sovrani di Napoli e di altri regni europei campioni della lotta antimperiale. Le figure circolari sono di di più difficile identificazione. Sono state interpretate come le figure che anticipano le rose quadripetale e quadrisepale della più tarda tradizione ‘scipionica’. Ma forse un’altra interpretazione sembra più adatta, potrebbero essere simboli vegetali e cosmici della Chiesa. Certamente sono molti i simboli e gli stemmi che indicano la Chiesa – compresa la tarda arma di Cristo “Principe della pace”: di rosso ai simboli della Passione -. Si pensi alla rosa d’oro concessa dal pontefice ai sovrani benemeriti – una toccherà anche a Carlo Malatesta -.

Nel capitello a destra la prima figura è un cavaliere con i resti di un vessillo, di una cotta e di una gualdrappa decorati, per quanto è visibile in pochissimi resti, a scacchi. Segue una bandiera o vessillo malatestiano a scacchi con una croce bianca sulla destra – alludente alla lotta antighibellina come crociata, come se i ghibellini fossero infedeli -. Infine abbiamo lo scudetto delle tre bande scaccate, molto rovinato dalla damnatio memoriae di epoca antica, con resti degli scacchi nella prima banda in alto e nella seconda.

E’ interessante notare che in questo primo esemplare dello stemma delle bande a scacchi – d’argento con le tre bande a tre file di scacchi rosso e oro – manca la bordura, detta volgarmente ‘sega’, con il motivo dei triangoli d’oro e di nero, senza alcun dubbio una concessione imperiale tarda e misteriosa.

5. 0. GLI STEMMI DELLA PORTA DELLA CINTA INTERIORE DI MACERATA FELTRIA, UN’ALTRA COMPOSIZIONE IN MAESTA’

In cima e ai fianchi della porta gotica della cinta più interna del castello di Macerata Feltria, un sito splendido per natura, archeologia e storia, nel Montefeltro marchigiano, troviamo un certo numero di stemmi ed elementi araldici di una consorteria politica guelfa malatestiana. Nel concio di chiave dell’arco ogivale c’è uno stemma più grande con una stella cometa a otto punte che toccano i bordi dello scudo, caricata al centro di un bisante; questo stemma viene interpretato per lo più come lo stemma della famiglia dei Signori di Macerata Feltra, i Gaboardi, ma senza confronti con altri sicuri monumenti. Un’interpretazione più interessante è apparsa su Internet nel sito “I nostri avi”, con l’attribuzione dello stemma alla famiglia Buonvisi di Lucca e di Firenze: d’azzurro alla cometa d’oro caricata di un bisante-torta inquartato in decusse d’argento e di rosso.” Ma si veda anche “Araldica” di Antonio Conti, per diverse interpretazioni. La composizione in maestà come, già sappiamo, prevede due stemmi in simmetrica contrapposizione speculare. Qui a Macerata Feltria sono in maestà due volte il presunto stemma Gaboardi o del leone armato di spada e lo stemma delle bande malatestiano, qui rimasto solo nella versione a sbarre.

Sopra lo stemma della cometa vi sono due leoni rampanti armati di gladio in maestà speculare, con il gladio nella zampa destra il leone che vediamo a destra e nella sinistra l’altro leone speculare con la spada nella zampa sinistra. Sembrano avere la funzione di tenenti lo stemma degli Angiò seminato di gigli col lambello a quattro pendenti. Sul capitello o mensola a sinistra apre lo stemma malatestiano con le sbarre scaccate senza bordura, come nel portale di Rimini.

Ci si aspetterebbe per il principio dell’esposizione in maestà che vede nel primo capitello malatestiano alla nostra sinistra con le sbarre il rovesciamento speculare di uno scudo malatestiano a bande nell’altro capitello, e in effetti nell’altro capitello c’è alla fine uno spazio vuoto che lo poteva contenere.

Vicino al capitello con le sbarre c’è uno stemma con una croce gigliata, che si può confrontare con la croce di una bandiera, accanto a quella pontifica delle chiavi, dell’esercito del cardinale Egidio Albornoz, in una miniatura del secolo XIV. Potrebbe trattarsi della bandiera e dello stemma dell’Inquisizione. Questo stemma albornozziano indicherebbe anche una cronologia a metà del secolo XIV, pochi decenni dopo il portale di Rimini. Segue una replica del leone che tiene il gladio con la zampa sinistra (cancellato).

Sul capitello o mensola alla nostra destra, molto danneggiati dal tempo, si vedono un giglio angioino, un altro leone rampante che tiene un gladio con la branca destra, quella buona, e una rosa a sei petali arcaica, ma circondata da una bordura malatestiana. Un altro piccolo enigma in contrasto con quanto si potrebbe pensare sull’origine della bordura con i colori imperiali. In fondo manca, come abbiamo notato, la conclusione del capitello e un’interruzione della pietra scolpita .

Il messaggio politico complessivo guelfo è comunque chiaro, insieme all’omaggio agli Angiò e ai Malatesta. L’araldica malatestiana delle origini è attestata, come si è affermato, dallo scudetto senza bordura o “sega”.

A questo punto, datando questa rosa con bordura imperiale, un bel paradosso: il simbolo pontificio contenuto dentro la bordura imperiale, va in crisi l’ipotesi che lo stemma delle bande a scacchi con la bordura dai colori imperiali oro e nero sia stato inventato dai figli di Galeotto, impegnati in ambito visconteo imperiale a Milano e amici dell’imperatore Sigismondo di Lussemburgo. E’ vero che anche Galeotto e altri Malatesta prima di lui avevano avuto rapporti con i Visconti.

Il leone con il gladio nella branca destra – ovviamente non vogliamo credere ad un leone mancino, pur essendo due volte raffigurato -, sembra essere la figura centrale di uno scudo che non è rappresentato, uno stemma che ragionevolmente apparterrà ai Gaboardi, Signori di Macerata Feltria ma che attende di essere individuato con certezza.

6. 0. GLI STEMMI DI PETRELLA GUIDI.

Nell’alta valle del Marecchia, di fronte a Pennabilli, il castello di Petrella Guidi di struttura conservata duecentesca con la sua torre e recinto sulla cima dell’altura, nella cinta interna, la seconda di tre, mostra una porta ogivale con accanto tre stemmi, forse non più nella situazione originaria. Due sono raffigurati in una formella quadrata con la funzione di scudo. Si tratta dello stemma della Chiesa con le chiavi in decusse, accanto c’è lo stemma dei Malatesta delle tre bande scaccate con la G iniziale gotica del nome Galeotto. E’ la sigla di Galeotto Malatesta (1299-1300? -1385) figlio di Pandolfo I e padre di Carlo I, Pandolfo, Andrea e Galeotto Bel Fiore.

Sotto lo stemma quadrato di Galeotto, bordato della “sega” in uno scudo lo stemma con tre chevron o scaglioni – l’ultimo non è completo perché la parte superiore in alto manca – degli Oliva di Pian di Meleto, signori di Petrella e alleati dei Malatesta.

7.0. LO STEMMA DELLE TRE BANDE A SCACCHI. IPOTESI SULL’ORIGINE.

LE FORME A SCACCHI SONO RAFFIGURAZIONI ASTRATTE DEI MURI DI DIFESA

Sullo stile romanico degli inizi araldici e sul problema del trapasso dalle figure naturali, a figure stilizzate a figure astratte, sospetto che non ci sia molta bibliografia. Non riesco a trovare, come già affermato, il nome dell’autore francese che ha ipotizzato la derivazione astratta dello scaccato dalle figurazioni di muri di difesa, mura e torri.

La raffigurazione romanica di mura e torri mediante una forma a scacchi si verifica nell’assai noto pavimento musivo della cattedrale di Otranto, del monaco Pantaleone (1163-1165). Stilizzazione che ha dei precedenti protobizantini nei mosaici raffiguranti la città di Classe nella chiesa di S. Apollinare Nuovo di Ravenna. Nell’arte bizantina si avverte già la presenza di simili astrazioni. Il Bue di San Luca nella decorazione musiva bizantina dell’abside di S. Apollinare in Classe di Ravenna, raffigurato di profilo e di fronte sembra la manifestazione di una poetica cubista. Questi e altri passaggi formali dal naturale all’astratto o al geometrico improntano, come si è già visto, il linguaggio araldico.

Anche la resa araldica di una montagna naturale con la figura geometrica di un cilindro con sopra una mezza sfera, in combinazioni di tre – il trimonzio – o di cinque e più elementi, sembra una metamorfosi stilistica cubista.

Ad attestare una persistenza araldica tematica di torri ‘al naturale’ nella valle del Marecchia sono rimasti tre stemmi comunali attestati da monumenti trecenteschi, di Verucchio, di Pennabilli, di Senatello-Casteldelci. Verucchio, castello allodiale dei Malatesta nel secolo XIII, presenta uno scudo con due torri su un declivio inclinato a banda. Le due torri rappresentano i castelli e i comuni del Sasso o di Verucchio e di Passerello -. Pennabilli, città del Montefeltro ritenuta da una tradizione storiografica che parte dalla metà del ‘300, “culla” di Malatesta – sulla quale tradizione bisognerebbe almeno sospendere il giudizio, perché i Malatesta di Pesaro e di Rimini governano Pennabilli solo dal tardo ‘300 – presenta nello stemma attuale modificato in epoca feltresca le due torri dei comuni e castelli di Penna e Billi artigliate dall’Aquila feltresca e imperiale. Senatello e Casteldelci, “nido” di Uguccione della Faggiola, in un timbro seicentesco del comune mostra uno stemma a due torri che rappresentano i castelli di Senatello e Casteldelci, prima che un pasticcio settecentesco le unificasse in un’unica rocca asimmetrica.

Nel frontespizio della Regalis historia commissionata da Carlo Malatesta tra il 1377 e il 1385, a un domenicano perché gli fabbricasse la leggenda bianca, in basso a sinistra si vede uno scudo con uno scaccato oro e rosso continuo, ma con direzione a banda, sì che i quadrati si reggono sulle punte. Un simile espediente figurativo appare nell’arco gotico interno, in cotto, della Tumba dei Malatesti a Poggio Berni, oggi palazzo Marcosanti.

Sembrano rare varianti dello stemma delle bande scaccate. O forse bisognerà allargare le indagini.

8.0. IL SIGILLO DI MALATESTA DA VERUCCHIO E LO STEMMA PARLANTE

Nell’800, in terreni sospetti – cioè non nelle tombe dei Malatesta, quasi tutte scomparse – ma assai probabilmente non falsi, furono ritrovati due sigilli di Malatesta da Verucchio. Uno era conservato nel Comune di Verucchio, come già affermato, ed è scomparso nel dopoguerra, l’altro è tuttora nel Museo medievale di Bologna.

Rappresentano una testa di profilo con la parrucca o i capelli tagliati alla paggetto che poggia su un origliere o cuscino. Ho scritto parrucca, perché questi armati avevano i capelli corti come i marines per indossare gli elmi e muovere la testa senza impedimenti – un’ipotesi di lavoro espressa in modi perentori -.

Lo stesso tipo di sigillo, forse anche con intenzioni di riproduzione fisiognomica, venne usato da tutti i signori di Rimini. Il modello di questo sigillo è una moneta romana di uno Scipione che ha una stella trasformata in croce nella sfragistica malatestiana. E questa aria monetale romana potrebbe anche anticipare l’invenzione del mito scipionico attestato dalla fine del ‘300.

Il cuscino caratterizza il primo cimiero della casa, attestato da un monumento araldico presente in palazzo Baldini – ex Super Cinema – di Rimini e nello stemma della seconda metà del ‘300 sulla porta sigismondea della rocca di Montefiore. Ma si veda on line anche l’articolo dedicato ai cimieri malatestiani di Luca Barducci. Il cuscino, spiegato dai Malatesta come simbolo di fedeltà alla Chiesa, si completava con le “piume”, ossia con una sfera di piume in cima.

Lo stemma parlante, che triplica la testa del sigillo di Malatesta d Verucchio, potrebbe essere allora più antico dello stemma delle tre bande.

Altri Signori della casa Malatesta usano il sigillo della testa; Ferrantino – Museo di palazzo Venezia, Roma-; Galeotto – Museo Nazionale di Firenze -; Pandolfo – Museo di Palazzo Venezia Roma; Museo Nazionale di Ravenna -; Carlo – Museo di Palazzo Venezia Roma -.17

LO STEMMA DELLE BANDE NELLE ARMI DEI CARPEGNA, DEI MONTEFELTRO, DEI DELLA FAGGIOLA.

Un’ipotesi storiografica antica degli storici del Montefeltro fa notare la somiglianza delle armi dei Carpegna – la più antica famiglia feudale dell’alto Montefeltro, tuttora esistente nella discendenza romana dei Carpegna Falconieri, e dimorante a Roma e nel bel palazzo seicentesco di Carpegna – d’argento alle tre bande d’azzurro; dei Montefeltro, famiglia derivata dalla casa Carpegna: d’oro alle tre bande d’azzurro; dei della Faggiola: d’argento alle tre bande di rosso; e dei Malatesta: d’argento alle tre bande di scacchi oro e rossi in tre file. Da questa simiglianza viene dedotta anche una parentela delle famiglie, che è vera solo per i Carpegna e i Montefeltro.

Indubbiamente vi sono anche parentele puramente araldiche, come ne abbiamo viste tra i comuni della valle, ma l’ipotesi che si tratti della stessa famiglia, potendosi anche trattare di semplici concessioni o di spontanee imitazioni, sembra priva di fondamento.

Anche l’osservazione che lo stemma malatestiano delle bande implichi una presenza malatestiana antica nell’area feretrana – a Pennabilli – non è molto stringente, data la presenza del Comune di Rimini nell’area feretrana come potenza egemone ghibellina nella prima metà del ‘200, probabile epoca della formazione e anche delle prime trasformazioni degli stemmi, quando Malatesta da Verucchio non era ancora un soggetto influente.

10.0. I COLORI ARALDICI GUELFI: BIANCO-FEDE, ROSSO-CARITA’, VERDE-SPERANZA

I tre colori del partito guelfo sono il bianco – che simboleggia la virtù teologale della Fede -, il rosso – che simboleggia la Carità – e il Verde – che simboleggia la Speranza. I colori imperiali o ghibellini sono l’oro e il nero. I Malatesta li avranno adottati presto nell’araldica familiare e di campo, come i loro parenti Gonzaga, marchesi poi duchi di Mantova, e gli Este, marchesi poi duchi di Ferrara, Modena e Reggio.

Questi colori appaiono piuttosto tardi nelle miniature e nell’araldica della seconda metà del ‘300.

Li troviamo negli abiti e negli edifici. Castel Sismondo (1436-1447) come scrive Roberto Valturio era tutto bianco con una torre sul fossato verde e la torre portaia rossa – si è conservata e mostra tracce di intonaco rosso -. Il Tempio Malatestiano è tutto bianco – di pietra d’Istria. Lisciata con polvere di pietra pomice fino a sembrare un marmo color paglierino – ma nella facciata ci sono inserti di lastre di porfido rosso e di verde serpentino – croste di edifici sacri imperiali acquistate a Ravenna -. Il colore araldico degli edifici a Rimini dura a lungo. Ancora nel ‘600 l’Arengo di Rimini viene dipinto in bianco e rosso, i colori della “divisa” comunale che oggi portano persino nelle mascherine antivirus i ragazzi che fanno il tifo per la squadra riminese di calcio.

11.0. L’ELEFANTE E LA ROSA QUADRIPETALA

L’invenzione della discendenza scipionica della Regalis Historia influenza l’araldica malatestiana con due figure che vengono considerate parte degli stemmi della grande famiglia antica romana: l’elefante e la rosa quadripetala e quadrisepala. L’immagine dell’elefante si vede raffigurata sulle monete romane dei Metelli e degli Scipioni e il ricorso alle immagini delle monete romane è già attestato, come abbiamo visto, nei sigilli di Malatesta da Verucchio. Un elefante vero passò nelle vicinanze di Rimini al seguito dell’imperatore Federico II di Svevia e un altro venne portato a Rimini ai tempi di Pandolfaccio, ma l’ultimo Signore non aveva denaro per acquistarlo.

L’elefante appare per la prima volta nei cimieri di Carlo I, Andrea o Malatesta di Cesena, e Pandolfo III il signore di Brescia, Bergamo e Fano, come abbiamo già notato.

Sigismondo Pandolfo lo mette in bandiere di guerra tutto intero, nero su campo azzurro. Lo utilizza come scultura a tutto tondo stilofora nel Tempio Malatestiano – otto elefanti reggono i pilastri di due cappelle e del sepolcro di isotta degli Atti – e più volte all’interno di uno scudo.

Suo fratello Malatesta Novello Signore di Cesena, ne fa una specie di protoimpresa, accompagnandolo col motto ELEPHAS INDUS CULICES NON TIMET [l’elefante indiano non teme le zanzare].

La rosa quadripetala ha modelli romani augustei e bizantini – è presente nelle decorazioni dell’Arco di Augusto di Rimini e nei mosaici di San Vitale di Ravenna -.

Sorprendente la scoperta a Roma del sepolcro degli Scipioni nel XVIII secolo, che fu fatta conoscere anche con stampe. L’avello di Scipione Barbato mostra una decorazione a forma di fregio dorico, tra i triglifi ci sono vari tipi di fiore o di rosa, uno dei quali è la rosa quadripetala. Forse qualche umanista conosceva questo sepolcro prima della sua scoperta settecentesca?

12.0. L’ARALDICA DI SIGISMONDO PANDOLFO

Sigismondo Pandolfo Malatesta non era riuscito a sostenere la rivolta filomalatestiana spontanea di Fossombrone, città che era stata dei Malatesta, contro il nuovo Signore Federico da Montefeltro, perché non aveva abbastanza uomini con balestre e cannoni. Così si sentì rimproverare dal suo biografo e uomo d’arme il capitano Broglio Tartaglia di Lavello, che stava scrivendo la storia della sua vita, perché per avere ragione di Federico non aveva investito abbastanza denaro in armi e soldati, dato che una parte notevole delle sue risorse veniva impiegata nella costruzione di opere magnifiche, il Tempio Malatestiano di Rimini, e in stipendi lucrosi per poeti che cantavano le sue imprese di guerra e d’amore. Per sua sfortuna e nostra fortuna, potremmo commentare.

Nelle sue due maggiori opere, Castel Sismondo e nel Tempio Sigismondo si preoccupa di esaltare il suo nome con numerosi e qualitativamente notevoli apparati araldici.

12.1. CASTEL SISMONDO

Tre epigrafi in lingua e grafia latina, una sulla porta del castello, una sulla parete della grande torre verso il Marecchia e una sul palazzo di Isotta recitano:

SIGISMVNDVS PANDVLFUS . MALATESTA / PAN[DVLFI] F[ILIVS] . MOLEM . HANC- ARIMINENSIVM / DECUS. NOVAM A FVNDAMENTIS . EREXIT . / CONSTRVXITQUE . AC . CASTELLVM . SVO / NOMINE . SISMVNDUM .APPELLARI / CENSVIT . . M. CCCCXLVI

[ Sigismondo Pandolfo Malatesta figlio di Pandolfo eresse e costruì dai fondamenti questa mole nuova decoro dei Riminesi e decise di chiamarla dal suo nome Castel Sismondo 1446]

I lavori erano iniziati nel 1437. Prove letterarie – la prima vita del Brunelleschi scritta da Antonio Manetti “Fece uno castello, fortezza mirabile per il Signore Gismondo di Rimino” -, prove documentali, la visita di circa due mesi tra l’estate e l’autunno del 1438 di Filippo Brunelleschi a Rimini , Cesena, Fano e nei territori malatestiani, e infine alcune indagini autoptiche confermano la stessa autoria brunelleschiana di Castel Sismondo e forse anche quella di Leon Battista Alberti del castello di Fano e di alcuni castelli dell’entroterra come San Giovanni in Marignano.18

Sulla torre d’ingresso di Castel Sismondo, sopra la porta ogivale e l’epigrafe umanistica trascritta, una grande stemma del Signore è affiancato da un’epigrafe gotica veneziana in rilievo allungata elegantissima in due pezzi con il nome del Signore “ SIGISMONDO PANDOLFO”.

Lo stemma delle tre bande è ricoverato in un manto che scende, sopra un elmo a becco da una corona regia da cui nasce il cimiero con il collo e la testa di un elefante con la cresta di drago. A sinistra di chi guarda sotto la proboscide dell’elefante una rosa quadripetala e quadrisepala su gambo con due foglie.

Come autore dello stemma è stato fatto di recente il nome di Pisanello, autore di tre medaglie per i fratelli Malatesta, ma forse bisognerà accontentarsi del suo allievo, piuttosto dotato, Matteo de Pasti. La torre scalare vicina alla porta ha due stemmi con il nome del Signore più piccoli sotto due finestre e subito sopra il redondone o cordolo mostra una serie di rose malatestiane su piastrelle in ceramica.

12.2.TEMPIO MALATESTIANO

Fu cominciato, come rifacimento della duecentesca chiesa di San Francesco, nel 1446 dal veronese Matteo de Pasti, allievo del Pisanello, e dal fiorentino Agostino di Duccio, che dirigevano due gruppi di scultori, uno dal linguaggio gotico veneto e uno rinascimentale, che all’interno si alternano nelle cappelle senza preoccuparsi di accordare i loro manufatti se non sulle linee generali della nuova chiesa. Così sotto la prima trabeazione si vedono capitelli corinzi di ben tre stili e proporzioni. Sigismondo Pandolfo si lamentava delle cose “acciavattate” che gli facevano nel suo Tempio, ma in generale accettava queste, per noi gustose, cacofonie: le novità rinascimentali accostate alle rinnovate eredità gotiche del passato. Nel suo stesso castello sviluppa o fa sviluppare dal Brunelleschi l’area delle “false braghe” o spazi dietro le mura basse, che con uno straordinario concorrere di scarpe e controscarpe alte nel fossato, genereranno nel secolo seguente i bastioni, ma non rinuncia alle mura e alle torri alte che stanno dietro.

Nella chiesa di San Francesco dovevano trovarsi diversi monumenti funerari dei Malatesta, a cominciare da quello di Malatesta da Verucchio. Malauguratamente, Sigismondo Pandolfo li fece tutti distruggere, raccogliendo alla rinfusa le ossa dei suoi antenati nell’arca degli antenati della prima cappella a sinistra entrando. E’ stranissima questa scelta di Sigismondo Pandolfo, quasi una damnatio memoriae dell’intera dinastia malatestiana.

Nel Tempio l’apparato araldico conta su un alto numero di stemmi grandi e piccoli. Quattro coppie di elefanti in bardiglio reggono i pilastri delle due prime cappelle, quella degli Antenati e quella di San Sigismondo. Due elefanti reggono il sepolcro parietale di Isotta degli Atti, l’amante bambina e poi terza moglie del Signore. La tomba di Isotta è un grande monumento araldico, con un magnifico elmo e cimiero con doppia, simmetrica testa di elefante col motto dell’Ecclesiaste “ TEMPVS TACENDI TEMPVS LOQVENDI “[c’è un tempo per tacere ed un tempo per parlare].

Lo stemma inquartato di Sigismondo Pandolfo mostra nel 1 e 4 uno scudo d’azzurro con la sigla SI d’oro, e on 2 e 3 lo stemma delle bande scaccate, contornato dalla bordura oro e nera.

All’esterno una fascia decorativa presenta diverse decine di stemmi entro corone d’alloro e collegati da rose malatestiane, scudi inquartati, scudi delle bande, scudi della sigla SI, scudi dell’elefante, della rosa con gambo e due foglie.

Al momento di coprire la nuova chiesa di Matteo de Pasti e di Agostino di Duccio, si suppose che le pareti delle nuove cappelle dei fianchi fossero piuttosto esili e anche per la larghezza della navata non avrebbero retto al peso di una semplice volta semicilindrica o a carena di legno. Venne chiamato a Rimini Leon Battista Alberti, che progettò una struttura massiccia avvolgente la chiesa per reggere il tetto, rinnovando il primo progetto con una cupola di dimensioni inusitate. Viene da chiedersi dove mai Sigismondo Pandolfo pensasse di trovare i capitali per costruire un simile monumento. In effetti la chiesa non venne terminata e la cupola nemmeno iniziata. I materiali bianco-rosso-verdi della facciata, come s’è visto, riprendono i colori della casa, mentre la fascia con gli stemmi della base delimitata verso il basso da un cordone gotico, potrebbe essere opera di Matteo de’ Pasti,19

13.0.BIBLIOTECA MALATESTIANA DI CESENA

Come recita l’epigrafe che firma l’edificio delle Biblioteca Malatestiana di Cesena, ex convento di San Francesco, l’autore fu un architetto di Fano, presente in più cantieri malatestiani, Matteo Nuti da Fano; si tratta di una rara architettura firmata:

MCCCCLII MATHEUS NUTIUS FANENSI EX URBE CREATUS DEDALUS ALTER OPUS TANTUM DEDUXIT AD UNGUEM “[1452 Matteo Nuti da Fano, secondo Dedalo compì fin nei dettagli quest’opera].

Malgrado l’epigrafe canti chiaro sul nome dell’autore Matteo Nuti di recente c’è stata un’attribuzione a Leon Battista Alberti della Biblioteca, prescindendo da una lettura autoptica dell’edificio. E basterebbe confrontare una colonna dell’Alberti – antica, pierfrancescana, come le semicolonne della facciata del Tempio riminese, con le colonnine esili e quasi tardogotiche della Biblioteca del Nuti – goticizzazione provinciale di modelli rinascimentali, del tipo indicato in diverse opere da Eugenio Battisti – per capire subito che non è affatto lo stesso linguaggio stilistico.

La Biblioteca di Cesena è stata inserita dall’Unesco nel ‘Registro della Memoria del Mondo’.

Fu una creazione del fratello di Sigismondo Pandolfo, Domenico Malatesta o Malatesta Novello Signore di Cesena. A forma di piccola basilica, come i modelli fiorentini, ha ancora i banchi – erano neri, ma li hanno sverniciati -, con i codici miniati incatenati. Per ogni banco e nei capitelli compositi delle colonne ornati con gli stemmi malatestiani delle bande scaccate, delle tre teste – oro su campo verde – e con lo stemma dello steccato – d’argento con uno steccato o rastello di campo o castello, piegato in banda con le componenti di colore bianco, rosso e verde – creazione di Andrea Malatesta che qui assume il valore di uno stemma dei Malatesta di Cesena. Utile quando i Malatesta in guerra erano nemici.

Numerosi stemmi malatestiani di diverse epoche sono anche contenuti miniati nei manoscritti.

Nello scalone ottocentesco della Biblioteca, sulla parete del primo ripiano uno stemma di Andrea presenta il cimiero dell’elefante alato nascente da una corona regia.

Nella Biblioteca si conserva anche il Trionfo araldico di Andrea Malatesta, vedi sopra.

14.0. LO STEMMA E IL CIMIERO DELLA PORTA QUATTROCENTESCA DELLA ROCCA DI MONTEFIORE.

La piccola porta quattrocentesca dell’ultimo recinto della rocca di Montefiore è di epoca sigismondea. La porta trecentesca era in una torre più verso il monte. Di questa prima porta è rimasto un arco gotico smontato e rimontato nel cortile. Il castello venne costruito da Malatesta l’Ungaro, figlio di Malatesta Guastafamiglia.

Forse dal portale originale viene lo stemma oggi collocato presso la porticina sigismondea. E’ uno stemma delle bande scaccate, sormontato dall’antico cimiero della casa: l’origliere con la sfera di piume. In alto nello specchio che contiene l’arma sotto un lambello di cinque pendenti ci sono quattro gigli angioini.20

Di recente l’ho di nuovo studiato e mi è apparso come la parte destra di un trittico araldico.

15.0. IL PORTALE DI S.AGOSTINO DI PESARO

Dei tre bei portali gotici delle chiese dei Francescani, dei Domenicani e degli Agostiniani di Pesaro, recanti lo stemma dei Malatesti, quello agostiniano presenta una serie di “grilli” e altre stramberie con valore di un’araldica fantasiosa tardogotica.

Il portale della chiesa di San Domenico – trasformata da Luigi Poletti e poi in epoca fascista – è opera piuttosto elegante degli scultori veneziani della bottega dei delle Masegne, nel 1395, ad opera di Malatesta Malatesta, o dei sonetti, in memoria del padre Pandolfo II – l’amico di Francesco Petrarca -. Lo stemma malatestiano è proprio sotto una maestosa statua di Dio Padre al centro dell’ogiva del portale.

Nel portale della chiesa francescana gli stemmi malatestiani hanno subito una damnatio memoriae.

16.0. LA LOGGIA DI SAN FRANCESCO DI FANO

A Fano dell’antica chiesa francescana è rimasto il portico gotico con le tombe dei Malatesta.

Bisogna ricordare che i Malatesta avevano parte dei loro uffici di governo, gli archivi, le biblioteche, oltre alle cappelle di famiglia e alle tombe, nei conventi dei Francescani.

In questa loggia di Fano si ammirano una lastra tombale con lo stemma delle bande e il Cimiero del Liocorno – che di recente è stato riconosciuto come stemma dei Boccacci da Antonio Conti, ma la struttura araldica dello stemma e la cresta di drago del cimiero fanno pensare ad una concessione malatestiana- La tomba di Paola Bianca Malatesta, cugina e prima moglie di Pandolfo III, il padre di Sigismondo Pandolfo, e la tomba rinascimentale dello stesso Pandolfo III, che ha una base attribuita giustamente a mio avviso, a Leon battista Alberti, con due stemmi di Sigismondo Pandolfo, che regge un sarcofago egiziano antico, proveniente da tombe imperiali milanesi, un regalo di Francesco Sforza a Sigismondo Pandolfo. Il cadavere di Pandolfo III di recente è stato riesumato e studiato. 21

Sui cimieri si veda Luca Barducci, I Cimieri nell’araldica malatestiana, 2016, in “Stemmi e imprese” on line.

17.0. LE SIGLE: G, M M, KA, P, SI, RO

Miniature, stemmi, boccali, intonaci presentano le sigle dei Signori: G per Galeotto, M per Malatesta, KA per Carlo, P per Pandolfo, SI per Sigismondo Pandolfo, RO per Roberto.

Sigismondo Pandolfo e Roberto il Magnifico le collocano in un’arma – d’azzurro alla sigla d’oro, con la bordura solita dei Malatesta – mentre Galeotto, Carlo si limitano a inscriverla tra due bande nello stemma solito di famiglia. E’ tradizione romantica che la sigla SI si possa leggere in modo bustrofedico anche come IS, cioè ISOTTA, ma a partire dal 1446. Nel cortile del castello di Gradara si vede una mensola con le sigle dei figli di Malatesta dei Sonetti signori consortili di Pesaro.

18.0. PRELATI DELLA FAMIGLIA

I Pontefici non concessero volentieri titoli prelatizi ai Malatesta in carriera ecclesiastica, se non nei momenti di debolezza politica e di assecondare potenze militari alleate. Un figlio di Malatesta di Verucchio fu arciprete della pieve di Roncofreddo che trasmise ad un nipote. Questo arciprete era stato eletto come arcivescovo dai canonici di Ravenna, ma papa Bonifacio VIII non aveva confermato l’elezione Un solo prelato della famiglia, Leale Malatesta fu vescovo di Rimini, e lasciò uno splendido ostensorio poi reliquario di argento dorato con il suo stemma. Ai tempi di Sigismondo Pandolfo Malatesta fu vescovo di Rimini Bartolomeo Malatesta. E un solo Malatesta fu vescovo di Cesena, Antonio, che adottò per la sua tomba nella cattedrale di Cesena, lo stemma dello steccato dei Malatesta di Cesena. Tale stemma si vede anche nelle bifore dell’alto campanile della cattedrale di Cesena – che ha una cuspide barocca -. Galeotto aveva ottenuto, in un momento di potere militare, il titolo cardinalizio per un suo nipote, ma non era un Malatesta, bensì un Pietramala.

19.0. ARALDICA DI CAMPO

Massimo Predonzani, con due magistrali letture delle divise, delle armi e delle bandiere delle battaglie di Anghiari e di Carvaggio ha inaugurato le indagini su un settore finora trascurato dell’araldica, quello relativo alle bandiere, alle divise e alle armi dei capitani e dei Signori , dei Cavalieri e delle truppe. Il rapporto delle bandiere, delle divise e delle armi da campo con le bandiere, le divise e le armi dei tempi di pace o dei tornei, cioè con le armi stabili, per così dire, è diretto ma non sempre ripetitivo. Ci sono delle varianti, forse anche rilevabili campagna per campagna. Si tratta comunque di un ampio campo d’indagine appena esplorato.22

Per i Malatesta, in una prima approssimazione, si possono individuare tre primi campi d’indagine araldica.

Nella Porta magna del palazzo del Podestà di Rimini, abbiamo un cavaliere porta stendardo che veste una cotta a sacchi grandi – che immaginiamo oro e rossi – seduto su un cavallo coperto da una gualdrappa sempre a scacchi. Vicino c’è una bandiera a scacchi – oro e rosso? – con inserita una croce – bianca? – che copre lo spazio di cinque scacchi. Facile assegnare questa divisa e questa bandiera a Malatesta da Verucchio e ai suoi figli.

Una miniatura di un manuale di mascalcia, conservato nella Biblioteca Malatestiana di cesena, si vede un bellissimo cavallo bianco coperto da una gualdrappa con lo scudo dello steccato o rastello – d’argento alle stecche bianche, rosse, verdi – che fa ipotizzare che si trattasse dello stemma da campo di Andrea o Malatesta di Cesena.

Infine nelle miniature dell’ Hesperis di Basino da Parma, un poema latino che esalta la guerra dei Fiorentini contro Alfonso d’Aragona, capitano Sigismondo Pandolfo, si vedono molte bandiere – con l’elefante, legato al grido di guerra: Pandolfo – divise di soldati appiedati e di cavalieri, che sembrano tutte bianche con la stella quadripetala e altre figure malatestiane, oltre la sigla SI, che aspettano uno studio serio e articolato. Nelle miniature degli esemplari migliori del poema Elisa Tosi Barndi ha individuato un inedito cimiero di Sigismondo Pandolfo delle corna o della mezzaluna.

C’è un problema da affrontare più generale che riguarda gli araldi. Com’è noto, nel Regno di Napoli degli Angioini e degli Aragona esercitò le sue funzioni l’araldo Jean Cortois che scrisse intorno al 1435-1437 un trattato, pubblicato poi a Venezia nel 1565 col nome di Sicillo:

Trattato dei colori nelle arme, nelle livree et nelle divise.

Ma, a quanto ne so al momento, non ci sono araldi a Roma, a Venezia, a Firenze e nel ducato di Milano.

Sembra, da molti indizi, che le funzioni di araldo siano state affidate, insieme a quelle di ambasciatore, ai trombettieri. Nelle miniature i trombettieri suonano trombe lunghe alle quali sono appesi gli stendardi con gli stemmi molto dettagliati. E’ un problema da affrontare.

Da ultimo credo ci vogliano buone spalle per affrontare in modo sistematico il problema che qui si è accennato del rapporto tra l’araldica e l’arte romanica, che poi continua nei tre secoli dell’antico regime.

1Currado Curradi, I Malatesti. Origine e affermazione della Signoria; Id., I Malatesti. Splendore e decadenza, in Storia illustrata di Rimini, a cura di Piero Meldini, Angelo Turchini, Nuova Editoriale Aiep, Milano 1990.

2Per l’araldica si fa riferimento in generale a Michel Pastoureau, Traité dìhéraldique, Picard, Paris 1993. Il mio libretto sull’araldica malatestiana contiene un grave errore, l’attribuzione ai Malatesta di uno stemma episcopale feretrano simile allo stemma delle bande a scacchi, ma con colori diversi: Giovanni Rimondini, L’araldica malatestiana: catalogo della mostra organizzata da “Fucina” di Antonio Sandri Ferrara, Pazzini, Verucchio 1994.

3Silvano Cardellini, Nobile bluff. Il signor Malatesta si proclama duca di Rimini. Molto abboccano, altri no, articolo del 15 giugno 1984 del “Il Resto del Carlino” cronaca di Rimini; Id.(?), Il Carlino assolto per aver smascherato i finti nobili. Il conto va al conte. Anziano romano bidonò istituzioni come “erede” dei Malatesta, “Il Resto del Carlino”, Rimini, 23 ottobre 1990.

4Giovanni Villani, Cronica, lib 10, cap. 180. Looid, Trieste, 1857, cit. da Gino Franceschini, I Malatesta cit. pp. 95,100.

5Silvia Pari, La Signoria di Malatesta da Verucchio, Ghigi, Rimini 1998.

6Giovanni Rimondini, Un felice momento di gilania trecentesca: le donne dei Malatesti e i pittori riminesi del Trecento, “Studi Romagnoli” LVIII (2007)

7Ho consigliato, senza risultati o riscontri o anche proteste, agli storici e ai dantisti di non considerare Dante e i suoi commentatori una fonte ‘scientifica’ di informazione storica, e sulla base di un indizio serio, di sospendere il giudizio sul duplice assassinio: Giovanni Rimondini, “Vecchie” novità e nuovi problemi storiografici sui Malatesti e Verucchio, in “Studi Romagnoli” LIV (2003); Id., Il giallo della morte di Paolo e Francesca: una nuova ipotesi, in Rimini 2.0 on line; Id. Quasi una palingenesi di prossima pubblicazione.

8Michel Pastoureau, Traité cit., p.14.

9Dino Palloni, Giovanni Rimondini, Castelli e fortificazioni, in Girolamo Allegretti, Francesco Vittorio Lombardi (a cura di), Ambienete e storia nell’Alta Valle del Marecchia, Fondazione Cassa di Risparmio di Pesaro, Pesaro 1999.

10Silvia Ronkey, L’enigma di Piero. L’ultimo bizantino e la crociata fantasma nella rivelazione di un grande quadro, Bur, Milano 2006.

11Allan W.Atlas, Pandolfo III Malatesta mecenate musicale: musica e musicisti presso una Signoria del primo Quattrocento, in “Acta musicologica” vol.59, fasc.2 1987. Ringrazio per la segnalazione Anna Rosa Vannoni.

12Carla Tomasini Pietramellara, Angelo Turchini (a cura di), Sigismondo Pandolfo Malatesta e Castel Sismondo, Rimini 1985; Angelo Turchini,Il Tempio Malatestiano, Sigismondo Pandolfo Malatesta e Leon Battista Alberti, Il Ponte vecchio, Cesena 2000; Giovanni Rimondini, Filippo Brunelleschi e i Malatesti a Pesaro e a Rimini: fortuna e sfortuna critica di una presenza, ne “L’Arco” 2013. Diversi recenti – 2020-2021 – articoli in “Rimini 2.0” su castel Sismondo on line.

13Augisti Campana, Il trofeo malatestiano della torre di san Giorgio, (1953), in Cino Pedriali (a cura di), Omaggio ad Augusto Campana, Società degli Studi Romagnoli, Cesena 2003.

14Augusto Campana, Il trofeo malatestiano cit.; Claudio Riva, Alle origini della tenuta malatestiana di San Giorgio, in “Studi Romagnoli” LII (2001)

15Pier Giorgio Pasini, I Malatesti e l’arte, Cassa di Risparmio in Bologna, Amilcare Pizzi, Miano 1983, p.46, n.n. 36-37.

16Michele Andrea Pistocchi, Il San Giorgio che uccide il drago: risoluzione del problema iconografico, in “Studi Romganoli” LX (2009).

17Hans Wentzel, Italianische Siegelstempel un Siegel all’antico im 13. und 14. Jahrh. , in “Miittelungen des kunsthistorischen insititutes in Florenz”, VIII 1955.

18Giovanni Rimondini, Filippo Brunelleschi e i Malatesti a Pesaro e a Rimini. Fortuna e sfortuna storiografica di una presenza, ne “L’Arco” 2013, anno XI.

19Angelo Turchini, Il Tempio Malatestiano, Sigismondo Pandolfo Malatesta e Leon Battista Alberti, Il Ponte vecchio, Cesena 2000.

20Valter Piazza, Cetty Muscolino (a cura di), La rocca e il sigillo ritrovati. Ultimi restauri e scoperte a Montefiore Conca, Santarcangelo, maggioli 2009. ,

21Ginno Fornaciari, Rosalba Ciranni, Ricognizione del sepolcro e studio paleopatologico della mummia di pandolfo III Signore di Fano (1370-1427), “Nuovi studi fanesi” 14 2000.

22Massimo Predonzani, Anghiari 29 giugno 1440. La battaglia, l’iconografia le compagnie di ventura, l’araldica, lL Cerchio, s.l., 2010; Id, Pandolfo III Malatesi; domini, uomini d’arme e insegne, Biblioteca Federiciana di Fano, 2008, on line.

Giovanni Rimondini

rimondini.giovanni@gmail.com

 

 

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