L’arazzo raffigura l’episodio cruciale della battaglia, la cattura del re. Il luogo rappresentato non è facilmente riconoscibile, secondo alcune fonti François I venne catturato nei pressi della cascina Repentina, mentre cercava di uscire dal Parco nel lato ovest per prendere la strada verso Milano. L’edificio al centro dell’opera potrebbe rappresentare Repentina, sembra più un palazzo che una cascina ma si tratta di un’interpretazione architettonica degli arazzieri fiamminghi
Sullo sfondo da sinistra a desta corre il muro del Parco e dietro a questo molte tende di accampamenti con gruppi di soldati. Non si capisce se si tratta di imperiali o francesi perchè le tende sono troppo lontane e non sono visibili bandiere con segni di riconoscimento. Probabilmente questo campo militare dovrebbe essere imperiale dal gruppo di militari che si vede entrare da una breccia praticata nel muro, infatti innalzano quattro bandiere con la croce di Sant’Andrea. Queste croci sono di colore bianco ma dovrebbero essere rosse, infatti in origine erano state dipinte di rosso. Precedentemente ho già segnalato il fatto che molte insegne sullo sfondo degli arazzi sono state dipinte e non ricamate.
In primo piano un po’ a sinistra troviamo il re di Francia mentre viene aiutato dagli imperiali a liberarsi dal peso del suo cavallo morente. François porta una bellissima armatura e sopra indossa la sopravveste d’argento con la banda di broccato d’oro citata dal Sanudo e da me descritta alla fine del capitolo precedente. Sui bordi della veste sono effigiate le iniziali F e S, ambedue coronate, sopra l’elmo porta alti pennacchi di colore bianco, rosso e tanné. Anche il Giovio e il Brantôme descrivono la stessa sopravveste d’argento e i vistosi pennacchi portati dal sovrano[1].
Il destriero ormai morente è stato colpito in più punti dai quali sta sgorgando molto sangue. Sulla pettiera porta i gigli di Francia come sulla bellissima testiera, la quale è ulteriormente ornata da dei pennacchi con i colori uguali a quelli portati dal re. La testiera è a terra assieme ai finimenti tagliati per liberare il cavaliere e assieme ad una spada da lanzichenecco e ad un archibugio, messi lì come per simboleggiare le armi usate per abbattere il cavallo.
Attorno si vedono molti soldati imperiali, due intenti a tirare la coda del quadrupede per liberare il sovrano, mentre altri tre cavalieri lo sorreggono. Questi ultimi sono identificati dai nomi ricamati sulle loro figure. See image 30 The Capture of the King
Il primo a sinistra con barba e capo scoperto ha la scritta LA MOTE sul collo. Si tratta del cavaliere Charles de la Motte de Noyers, cavaliere del Bourbon che secondo alcune fonti salvò il re dal pericolo di essere ucciso dai fanti spagnoli. Chiamato dagli italiani la Motta, questo personaggio partecipò vent’anni prima alla disfida di Barletta, durante la guerra tra Francia e Spagna per il possesso del Regno di Napoli[2]. Il secondo cavaliere, quello con l’abito giallo e le piume sull’elmo gialle e rosse ha la scritta Co De SALM sulla gorghiera. E’ il conte Nikolaus von Salm comandante degli uomini d’arme inviati di rinforzo dall’arciduca Ferdinando, il conte viene citato dai cronisti tedeschi come colui che uccise il cavallo di François. L’ultimo a destra che sorregge il sovrano per le spalle e indossa uno saione rosso e d’oro ha il nome sulla guaina della spada che recita BMON MARTIN. Sarebbe il cavaliere borgognone Jean Bastardo di Montmartin citato dalle cronache della Franche-Comté come uno di quelli che fece prigioniero il re.
Questi tre personaggi certificano che gli arazzieri hanno preferito la versione fiammingo-tedesca della cattura di François e non quella spagnola che cita Avila, Urbieta e Pita de Veiga come protagonisti. In realtà molto probabilmente sono stati questi ultimi gli artefici dell’azione, come ho trattato nel capitolo precedente.
Subito dietro a questo gruppo vediamo 2 soldati che trattengono i tre cavalli di questi capitani imperiali, mentre un altro cavaliere sopra del la Motte de Noyers, innalza al cielo trionfante la spada del sovrano.
Subito a sinistra di tutto il gruppo troviamo il viceré Charles de Lannoy ritratto mentre sta scendendo da cavallo, aiutato da un paggio o un lanzichenecco. Il viceré porta la scritta VISSEROV sulla lama della spada, scritta che lo identifica. Sopra l’armatura indossa una sopravveste di broccato con colori rosso, azzurro e oro, il pennacchio sull’elmo invece è colorato di rosso, bianco e dorato. Dietro di lui si vede un suo alfiere con lo stendardo imperiale e indosso uno saione cremisi con bordure dorate e bianche. Lo stendardo è rosso cremisi con presso l’asta l’aquila bicipite nera e a sinistra le colonne d’ercole, l’acciarino con i bastoni borgognoni e il motto dell’imperatore Charles PLUS OVL TRE, tutti questi elementi sono dorati. Infine il bordo dello stendardo mostra frange rosse, gialle e bianche, colori della livrea dell’imperatore. See image 32
Tratterò su questa livrea nei capitoli sull’araldica.
Sulla destra dell’arazzo dopo il gruppo con il re, troviamo tre uomini d’arme con le spade sguainate. Due di loro sono imperiali con le sopravvesti rosso cremisi, essi tengono d’occhio il cavaliere francese in mezzo a loro. Questi porta un berretto sul capo e sopra l’armatura una veste nera segnata con una croce bianca, inoltre sanguina per una ferita sul braccio sinistro. Certamente è un francese fatto da poco prigioniero, ma oltre la croce bianca non porta nessun altro simbolo o elemento che possa identificarlo. Inoltre, quello che stupisce è che il nostro cavaliere tiene ancora in mano la spada sguainata, come se non fosse un prigioniero. See image 33.
Sono state fatte varie ipotesi su chi fosse: è stato citato il Sanseverino, il Bonnivet e addirittura il Bourbon, ma i primi due erano già morti quando François fu preso, mentre il Bourbon appare già nello stesso arazzo sulla destra.
Luigi Casali nel suo libro indica due possibilità identificative interessanti. La prima è che potrebbe essere Henri d’Albret, il re di Navarra che abbiamo visto alla fine del capitolo precedente, catturato da tre spagnoli. Secondo Casali un ritratto dell’Albret eseguito dalla scuola di Jean Clouet sembra somigliare al personaggio dell’arazzo. Come seconda ipotesi scrive che potrebbe essere il poeta francese Clement Marot, che partecipò alla campagna d’Italia al seguito del duca d’Alençon e, secondo quello che ha scritto lo stesso poeta, era presente a Pavia dove venne ferito al braccio sinistro e poi fatto prigioniero[3].
Ipotesi interessanti che vanno però a contrastare con l’aspetto maturo, non solo per la folta barba, del cavaliere in nero, infatti l’Albret e il Marot avevano rispettivamente 22 e 29 anni, molto più giovani di questo personaggio.
Nelle fonti non si trovano molti capitani importanti avanti nell’età fatti prigionieri. Tra i pochi c’erano Charles Tiercelin signore di la Roche du Maine che aveva 43 anni, poi Galiot de Genouillac, il gran Maestro dell’artiglieria che ne aveva 60 e il marchese di Saluzzo che ne aveva 50. Quest’ultimo però era a Savona il giorno della battaglia, anche se alcuni cronisti lo citano a Pavia. Il cavaliere potrebbe essere uno di questi ultimi ma, verso la fine di questo capitolo esporrò un’altra tesi a riguardo.
Subito sulla destra di questi tre cavalieri vediamo un cavaliere imperiale con la veste rossa che scende da cavallo e sotto di lui due lanzichenecchi, uno tiene per le briglie un cavallo forse catturato e indica all’altro il re fatto prigioniero. Sopra a questi due ecco che entrano in scena i comandanti imperiali più importanti, ci sono tutti meno che il Pescara. Il primo è Charles Bourbon con la scritta BOURBON sulla briglia del cavallo e con lo stemma di famiglia sulla barda. Quest’ultima come i finimenti e la sopravveste sono d’oro, sopra l’elmo porta pennacchi bianchi e rossi. Dietro di lui su di un cavallo provvisto di testiera di ferro c’è il marchese del Vasto, riconoscibile dalla scritta sul petto del cavallo: MAR. D. Vsto CAP.no DI CAVALLI ANNI SUI. Il Vasto porta una bardatura rossa e un pennacchio azzurro. L’ultimo capitano a destra vicino al bordo dell’arazzo porta la scritta identificativa sulle briglie del cavallo che però non è molto comprensibile. Dalle foto in alta risoluzione ricevute dal museo sono riuscito a decodificare abbastanza la scritta che reciterebbe: MOSSOR..ALL. A.ONT . See image 34
L’iscrizione starebbe per Monsignore Alarcont cioè il capitano Hernando de Alarcón comandante della retroguardia imperiale. Il suo cavallo porta finimenti d’oro e d’argento, mentre il capitano indossa una veste di colore scuro e sull’elmetto porta piume bianche e rosse.
Dietro a questi comandanti stanno galoppando tre uomini d’arme, portano delle sopravvesti particolari con la manica sinistra decorata con triangoli di tre colori: rosso, giallo e azzurro. Questi colori rappresentano una livrea. All’epoca mostrare la livrea solo sulla manica era una caratteristica dei cavalieri tedeschi. In un album di disegni in acquarello dei conti Guglielmo IV e Albrecht V della Baviera si possono ammirare molti cavalieri con la livrea dei duchi sulla manica destra dell’abito. In realtà gli uomini d’arme dell’arazzo sono la guardia personale del Bourbon, che abbiamo già visto nel I arazzo. Entrambi i due gruppi sono armati con lance più corte di quelle da combattimento e hanno la punta di ferro larga. Perciò vediamo stesse lance e stesse sopravvesti giallo beige. Nel I° arazzo i cavalieri fanno vedere la manica destra senza livrea, in questo si vede invece la manica sinistra, con i triangoli di giallo, rosso e azzurro. Questi sono i colori dello stemma Bourbon che porta il fondo azzurro con i gigli d’oro e la banda rossa. See image 34 sopra i tre capitani
Nella parte più alta dell’arazzo per tutta la sua estensione tra alberi e cascine di stile nord europeo si susseguono movimenti di truppe e combattimenti. Sulla destra, sopra i comandanti entra un gruppo di picchieri lanzichenecchi, con flauti e tamburi sventolando una bandiera con la croce di Sant’Andrea. Il campo di questa insegna è diviso in tre fasce colorate di bianco, giallo e rosso, mentre la croce sembra bianca. In realtà in origine era rossa, colore degli imperiali, ma essendo stata dipinta e non tessuta ha perso il suo colore originale.
Proseguendo sulla sinistra si incontra una lunga fila di uomini d’arme con qualche fante, tutti sfilano vicino al grande edificio al centro dell’opera che dovrebbe rappresentare Repentina. Alcuni di loro portano la croce di Sant’Andrea o le fasce rosse che li identificano come imperiali.
Dall’altra parte, sulla sinistra dell’arazzo vediamo invece dei fanti svizzeri o della banda nera, che si stanno allontanando ancora armati. Sono contrassegnati da una bandiera con la croce bianca e con il fondo a fasce rosse e blu.
Sotto di loro vediamo due combattimenti. A sinistra due cavalieri imperiali stanno uccidendo un uomo d’arme francese colpendolo con le spade alla gola. Il francese l’abbiamo già visto nel primo arazzo, porta la veste e la bardatura del cavallo con l’impresa della manna che io ho identificato nel conte Just Tournon. L’imperiale dietro di lui, un cavalleggero, gli sta tirando i capelli inclinandogli la testa in modo da offrire la sua gola alla spada dell’altro imperiale. Molti cavalieri di François I sono morti in questo modo.
Poi un po’ sulla destra due uomini d’arme combattono con due fanti, nessuno di questi quattro però porta segni di riconoscimento, ma è evidente che i due cavalieri sono francesi, ritratti mentre stanno accorrendo in aiuto del Tournon. See image 35 .
Confrontando questi cavalieri francesi con quelli del primo arazzo possiamo constatare che sono gli stessi personaggi che accompagnavano il re e che nello stesso arazzo sono tutti rappresentati due volte. C’è il cavaliere con l’impresa della manna (Tournon) che galoppava davanti al sovrano, dietro a quest’ultimo il cavaliere Montpezat con la sopravveste rossa e il Pomereux con la veste beige. Questi due personaggi sono uguali a questi che combattono con i due fanti, infatti indossano sopra le armature vesti con gli stessi colori. Inoltre c’è un quarto cavaliere sempre nel primo arazzo in mezzo a Montpezat e Pomereux che io ho identificato nel Montingend o Montejean, il quale indossa una sopravveste di colore nero. Secondo me questi è probabilmente il cavaliere in nero con la croce bianca e la spada sguainata che sta presso al re fatto prigioniero in questo terzo arazzo. Esiste anche un ritratto del Montejan eseguito dal pittore Jean Clouet, nel disegno assomiglia a questo personaggio, sopratutto per la folta barba.
Confrontando con attenzione le figure di questi personaggi più volte ripetuti negli arazzi si vedono delle differenze. Per esempio lo stesso cavaliere in nero porta dei ricami dorati sull’abito che non appaiono nel primo arazzo e anche il suo cavallo ha dei finimenti differenti nelle due immagini. Anche gli altri tre cavalieri mostrano disuguaglianze nel colore dei pennacchi e nelle bardature dei cavalli. Tuttavia sono differenze o se si vuole imprecisioni, che si riscontrano in tutti i protagonisti che in questi arazzi vengono rappresentati più volte. Per esempio re François raffigurato tre volte, monta un cavallo con bardatura e accessori sempre differenti, ci sono differenze anche nelle decorazioni del suo abito. Piccole differenze le troviamo anche per la figura del Bourbon e per i cavalieri della sua guardia rappresentati due volte. Piccole disuguaglianze le vedremo anche per la “dama in rosso” che troveremo riprodotta in due arazzi e per due capitani imperiali disegnati due volte nell’ultimo arazzo.
Ricordo che è stato appurato dagli studiosi che questa serie di arazzi è stata tessuta a Bruxelles sui cartoni del pittore fiammingo Bernard van Orley, tra il 1528 e il 1530. La bottega in cui sono stati realizzati è quella dei fratelli Dermoyen, con ampia partecipazione di vari collaboratori. Perciò essendo stati tessuti da più mani, gli arazzi presentano sopratutto in alcuni dettagli e nella impostazione di singole figure, alcune differenze o varianti. Comunque varianti non molto rilevanti, che non disturbano la chiave di lettura dei simboli e dei personaggi riprodotti.
In conclusione, veder rappresentati questi quattro cavalieri francesi più volte, fino alla cattura del re, fa supporre che effettivamente essi siano stati al fianco del sovrano fino all’ultimo. Confermando ancora una volta la preferenza degli arazzieri verso il resoconto fiammingo-tedesco della battaglia.
[1] L. Casali, Gli arazzi della battaglia di Pavia nel Museo di Capodimonte a Napoli, Pavia: ViGiEffe 1993, pp. 35-36.
2] M. Predonzani, The italian wars, vol.5 The Franco-Spanish war in southern Italy 1502.1504, Helion & Company, pp. 37-42.
[3] P. Giovio, Vite del Gran Capitano e del marchese di Pescara, Laterza, Bari 1931, p. 423; P. de Brantôme, Oeuvres complètes, Paris 1869, vol. III, p. 141.








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